Michele e Rosina Croce, la baita ai Ronch e Löwy

La fotografia è tratta da Me recorde che… e se volede ve conte, a cura del Grop Ladin, 2012

Nelle sue memorie biografiche Michele Croce scrive:

Mi pare ancora di vedere la maestra Parolota che correva avanti e indietro, tutta agitata, per mettere al sicuro i Löwy, una famiglia ebrea che abitava presso la casa del Buro. Inizialmente si rifugiarono nella nostra baita a Ronchi, che però era piuttosto malridotta e senza fonti d’acqua vicine. Se non sbaglio in seguito andarono a stare a Soraga dopodiché, povera gente, furono catturati dai tedeschi e deportati nei campi di concentramento. Non si sa che fine abbiano fatto quei poveri disgraziati.

La baita Croce (come si presenta oggi)

Insieme alla zia Rosina, è stato anche lui uno dei giusti della Val di Fassa.

Rosina è citata come amica di Richard Löwy già in una lettera del 1941 e fu vicino ai quattro fino alla fine.

Ultimi istanti di vita di quattro ebrei rifugiati a Moena

1944: Come sono morti i quattro ebrei rifugiati a Moena, Richard Löwy, Johanna Liebgold, Martha Löwy e Hermann Riesenfeld?

A Moena circolarono molte voci (tra cui quella che li vede uccisi presso il Lago Maggiore –testimonianza di Tinotto Mazza-).

Sia Maria Lusia Crosina (nel suo lavoro sugli Ebrei residenti in Trentino) sia Giorgio Jellici (nella sua biografia di Richard Löwy) riportano la data del trasferimento da Trento a Fossoli il 17 febbraio 1944. Anche Mario Piccolin, nella sua intervista rilasciata il 13 settembre 2003 a Maria Piccolin, ci attesta il traferimento a Fossoli dei quattro.

La Crosina e lo Jellici ci segnalano poi la data della deportazione ad Auschwitz: 22 febbraio 1944. Il convoglio è il numero 08 (lo stesso di Primo Levi).

Conferma definitiva si può trovare nel libro di Liliana Picciotto, Il libro della memoria e nel sito nomi della Shoah. Liliana Picciotto è la massima esperta di Shoah in Italia; ha ricostruito tramite la documentazione del CDEC e testimoni diretti (i pochi sopravvissuti) i convogli che partirono per Auschwitz e riporta queste indicazioni per i nostri quattro. Notare che nei documenti i nostri quattro appaiono con i nomi italianizzati.

Solo per Hermann, dunque, sussiste qualche dubbio sulla deportazione ad Auschwitz. Che sia morto durante il trasferimento a Fossoli? Per ora di questo nulla si sa.

I quattro ebrei ‘moenesii’ sono giunti ad Auschwitz o sono morti durante il viaggio?

Sia Giacomino Ganz (che riporta le parole della sorella Maddalena, amica dei Löwy) sia Maria Felicetti (anche lei amica dei Löwy) parlano di un veleno che Johanna, di professione farmacista, avrebbe nascosto in un anello. Il proposito era quello di utilizzarlo durante la deportazione. Sarà avvenuto questo? Non lo sappiamo.

Certamente nessuno dei quattro risulta negli elenchi di Auschwitz e dunque, se arrivarono ad Auschwitz, vennero probabilmente gasati all’arrivo.

Una fine, in ogni caso, terribile ed ingiusta.

da sinistra: il daziere Pelin, la maestra Valeria Jellici, Johanna Liebgold Löwy, Richard Löwy, Martha Löwy Riesenfeld, Hermann Riesenfeld

Le storie ritrovate

CROSINA MARIA LUSIA, Le storie ritrovate: ebrei nella provincia di Trento, 1938-1945, Trento 1995

Un libro che dà voce e raccoglie testimonianze di ebrei presenti in Trentino tra il 1938 e il 1945. Si tratta di racconti orali e scritti, di lettere conservate come reliquie, documenti giacenti silenziosi negli archivi da più di cinquant’anni, sentimenti, immagini, impressioni presenti nel gran libro della memoria. Storie diverse ma con un unico drammatico comun denominatore: l’essere ebrei sotto il regime nazista. Per non disperdere le parole dei vivi e per rendere ai morti un filo di voce.

Fra le storie ritrovate:

Ing. Löwy, bravissimo e sfortunatissimo uomo

Valentino Chiocchetti (Tinotto del Maza), importante politico intellettuale trentino (nato a Moena, operò soprattutto a Rovereto) scrive nel 1968 (e rivede nel 1979) una memoria autobiografica Le orme del mio passaggio, pubblicata a cura di Elena Viola nei Quaderni di archivio trentino.

Fra le altre interessanti notizie, parla anche di Richard Löwy.

Scrive che

era un bel giovane elegantissimo, ammirato da tutte le signorine. Aiutava molto i miei compaesani. Poiché quasi tutti gli uomini erano alle armi, egli, richiesto, mandava i soldati del Genio Militare a lavorare i campi e a compiere altri lavori. Era molto benvoluto dalla popolazione e per questo l’Amministrazione Comunale, prima che egli lasciasse il paese, gli diede la cittadinanza onoraria.

Cittadinanza onoraria concessa a Richard Löwy

Racconta, poi, quanto successo durante la persecuzione degli Ebrei in Germania e nell’Austria annessa:

L’ing. Löwy che era di Vienna, essendosi ricordato di quella cittadinanza onoraria, ritornò a Moena con la moglie, sua sorella e il marito di questa. La popolazione, che ancora ricordava, li trattò bene e dette loro aiuti e cara ospitalità. […]

Tuttavia la Banda Carità, che aveva i suoi tentacoli dappertutto, li scoprì ugualmente; furono arrestati e condotti via dai soldati delle SS. Avevano un cagnolino. Al momento dell’arresto uno di quelli aguzzini uccise con una rivoltellata A quella vista l’ing. Löwy esclamò: Questa sarà anche la nostra sorte.

Riporta una delle dicerie che circolavano in Moena sulla morte di Richard, ma non confermata dalle ultime ricerche (fu deportato ad Auschwitz):

Invece, pare che con altri ebrei anch’essi siano stati gettati, con una pietra al collo, nel Lago Maggiore. Non so se prima o dopo una fucilazione.

Il Löwy ha fatto di tutto…

Nella sua testimonianza raccolta dal Grop Ladin de Moena, suor Maddalena Chiocchetti (Nenola del Maza) così scrive a proposito di Richard Löwy:

Nenola Maza con i fratelli e una sorella (in primo piano Valentino e Simone)

El capo l’era el Loewy e i aveva jà scomenzà a enjegnar le forteze sun Mont, percheche i spetava la dichiarazion de guera ence da l’Italia, che la se aeva tirà fora da la Triplice. E coshì i aveva metù ensema i Stonc’. Ence mio pare i l’à chiamà int. El Loewy, che l’era el tenente enzenier, l’à fat de dut percheche chi da Moena i podesse restar alò entorn, mashimo chi che i era tropes en familia.

Il capo (dei primi soldati che si videro a Moena) era il Löwy e aveva già incominciato a costruire opere di difesa sul Lusia, perché ci si aspettava la dichiarazione di guerra anche dall’Italia, che si era tirata fuori dalla Triplice alleanza.

Baracche degli Stonc a Fango

E così aveva radunato gli Stonc (gli Standschutzen, formati dai cittadini fuori dalla leva -con meno di 18 anni e con più di 42 anni-, deputati, secondo l’uso tirolese, alla difesa del territorio). Anche mio padre (Giacomo Stetto Chiocchetti Maza) è stato arruolato.

Stonc fassani a Ora

Il Löwy, che era il tenente ingegnere, ha fatto di tutto perché quelli di Moena potessero rimanere in paese, soprattutto quelli che avevano una famiglia numerosa.

Richard Löwy durante la guerra

(testimonianza e fotografie tratte dal numero del Grop Ladin de Moena, Recorc: dolores e speranze CHIOCCHETTI MADDALENA DEL MAZA 1990/5 Numer spezial: 5)

Dante Ciurè: stolz de so esser

“A Moena, grazie a Dio, poco è cambiato. il Dante verso sera continua e menare le capre dal pascolo a colpi di fischio attraverso i denti”.

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(Fotografia da Giorgio Jellici “Richard Löwy un ebreo a Moena. Dalla Grande Guerra alla Shoah”. Istitut Cultural Ladin, Grop Ladin de Moena, Vigo di Fassa-Moena 2004)

Sono le parole che Richard Löwy scrive alla maestra Valeria, in vacanza a Riccione.
#RichardLöwy1939 #ValeriaJellici
Eccolo qui, il Dante Ciurè (Giovanni Volcan), in un bellissimo ritratto di Mauro Chiocchetti!

Dante Ciurè
Tempera su supporto di compensato cm70x70.  Esecuzione seconda metà degli anni ’70.

Raccolgo di seguito la gustosa descrizione di Dante Ciurè pubblicata da Mauro Chiocchetti sulla sua pagina FB.

Ritratto di Dante “ciurè” pastore a “domicilio” nonché “Re Laurin ” nelle sfilate folkloristiche estive degli anni ’70 a Moena.

È il ritratto di Giovanni Volcan più comunemente conosciuto a Moena col sopranome di “Dante ciurè”. Dopo la seconda guerra mondiale conobbe in paese molta notorietà in quanto ritenuto dai moenesi il pastore per antonomasia. I postumi della guerra lasciarono a Moena, come nel resto d’Italia, fame e miseria. Tuttavia ogni famiglia moenese aveva un orticello da coltivare e qualche pecora o capra, l’ animale assurto a gloria perpetua e tanto elogiato dal critico d’ arte più noto d’Italia. Dante, con la puntualità di un orologio svizzero, passava tutte le mattine raggruppando a sé tutte le capre portandole al pascolo sopra l’abitato di Moena verso il passo San Pellegrino. La sera, con la consueta calma che contraddistingueva il suo carattere, riportava a casa il gregge, per poi il mattino successivo ripetere le stesse operazioni del giorno prima. Dante fu persona laboriosa, umile e ingenua. Non ebbe in vita nessuna particolare esigenza e non chiese mai nulla a nessuno. Il contatto con la natura fu il suo pane quotidiano, ma fu pure il motivo essenziale della sua pace interiore. Certamente il lavoro di pastore non gli procurò ricchezza.

Ebbe la soddisfazione di vivere la propria vita all’aria aperta, sotto il sole o sotto la pioggia a lui ciò poco importava, perché la “chiave della felicità” l’ aveva trovata nel lavoro che svolgeva, con competenza e passione. Con le tasche vuote ma sostanzialmente felice del poco che aveva, perché la sua ricchezza stava tutta dentro alla sua anima candida e incontaminata.

E Pierangelo Jacomuzzi racconta un divertente aneddoto.
Mentre Dante torna con le sue capre in Piazza Ramon, un tizio scende arrabbiato dall’auto. Il Dante ha osato fermare la corsa della sua automobile:” Lei non sa chi sono io si sposti”.
Il pastore gli risponde  “Lei non sa chi sono io!”
e l’altro, ancora più arrabbiato: “E chi sarebbe lei?!?”…
“Io sono Dante il capraio!!!”
…stolz de so esser, te so post e tel giust… (orgoglioso di quello che era, al suo posto, quello giusto..)
Infine, in versione Re Laurino (grazie a Massimo Croce per le immagini).

Cima Bocche

Michele Simonetti Federspiel ci guida per La Mostra Gran Vera a Cima Bocche e ci mostra le due linee, quella italiana e quella austriaca. Nel suo interessante filmato (prima parteseconda parte) ci mostra il luogo in cui morirono quasi 2000 uomini per la conquista di una cima nel 1916.

Sul sito fassafront.it trovi qui una spiegazione della battaglia di Cima Bocche.

è una delle trincee probabilmente costruita da Richard Löwy che vi si fa fotografare nel 1942 insieme al suo ex-attendente Jan del Cherlo.

Giorgio Jellici, Richard Löwy. Un ebreo a Moena

Giorgio Jellici, Richard Löwy. Un ebreo a Moena. Dalla Grande Guerra alla Shoah, Istitut Cultural Ladin, Grop Ladin da Moena, 2004

Giorgio Jellici, Richard Lowy

La storia di Richard Löwy è stata ricostruita con un lungo e accurato lavoro da Giorgio Jellici.

La zia di Giorgio, la maestra Valeria Jellici, gli ha lasciato un plico di lettere e di fotografie. Da lì Giorgio è partito per un lungo lavoro di ricostruzione storico biografico attraverso contatti personali, consultazione di materiale di archivio in Italia e in tutta Europa (a Moena, a Trento, a Roma, a Vienna, a Praga).

Il risultato della sua ricerca  è diventato una mostra (ospitata in primis a Moena, ma poi ha girato il Triveneto) e un libro, che ho letto e riletto.

Chi volesse approfondire la conoscenza di Richard Löwy, non può non innamorarsene.

 piccola biblioteca fassana

Jan del Cherlo (Giovanni Chiocchetti)

Se vuoi capire il rapporto stretto che i fassani hanno sempre avuto con i loro boschi, visita il museo del Segat a Pozza di Fassa. Vi troverai gli  gli attrezzi, i progetti, gli studi e i quaderni che Bepo e Jan Cherlo di Moena (famiglia di carpentieri da generazioni) hanno con passione conservato fino ad oggi.

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Jan del Cherlo è uno dei giusti della Val di Fassa: la vita di Jan del Cherlo e quella di Richard Löwy si sono intrecciate più volte.

Jan del Cherlo è stato attendente di Richard Löwy durante la Gran Vera. I due hanno mantenuto anche rapporti di amicizia tra le due guerre.

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la casa di Jan del Cherlo
La casa di Jan del Cherlo

E quando Richard è tornato come esule a Moena, Jan lo ha ospitato nella sua casa.

1943 RL e Jan del Cherlo

In questa bella fotografia del 1942,  Jan e Richard sono a passo Bocche, nelle trincee costruite durante la Prima Guerra Mondiale.  Dietro la fotografia, Richard ha scritto di suo pugno: 1942 Giovanni con me al Passo Bocche. Dietro di noi una trincea con muri di calcestruzzo. Richard.

(fotografie tratta dal libro di Giorgio Jellici “Richard Löwy un ebreo a Moena. Dalla Grande Guerra alla Shoah”. Istitut Cultural Ladin, Grop Ladin de Moena, Vigo di Fassa-Moena 2004)