Costruire ponti

Un ponte è un’opera edilizia e su questo non si discute. Un ponte, in anni di guerra, è un’opera militare. E anche questo è assodato.

Ma un ponte è anche un simbolo: unisce luoghi separati, permette la comunicazione e lo scambio fra gli uomini.

Ecco il ponte che il Genio imperialregio ha costruito a Moena per attrezzare la strada che sale al Passo san Pellegrino, il passo dolomitico su cui Austroungarici e Italiani si sono scontrati tra il 1915 e il 1917 (con la disfatta di Caporetto, il fronte dolomitico venne abbandonato).

Il Genio militare austroungarico costruisce il Pont de Corves a Moena (1915). Fotografia tratta da Giorgio Jellici, Richard Löwy. Un ebreo a Moena. Dalla Grande Guerra alla Shoah, Istituto Ladino, 2008.

Comandante del Genio imperialregio era Richard Löwy. Mi piace: non solo ha costruito le trincee sul passo e sulle cime, ma anche quel ponte a Moena.

Perché Richard era uomo di pace che amava costruire (non distruggere), unire (non dividere), condividere (non tenere per sé).

Cembra, 1500 abitanti e tre chiese storiche straordinarie

Alfonso Lettieri, scrittore e storico di Cembra, il centro più importante della Val di Cembra in Trentino, da anni si dedica alla promozione delle tre chiese straordinarie che si trovano a Cembra.

  1. SAN PIETRO
  2. SANTA MARIA ASSUNTA
  3. SAN ROCCO

Ho avuto il piacere di conoscere Alfonso un pomeriggio di agosto. Mi ha aperto la chiesa di San Pietro e me l’ha spiegata con dovizia di particolari, ma soprattutto con grande amore e passione. Lo ringrazio molto..

San Pietro

Vi racconto qualcosa sulla chiesa di San Pietro, la più antica della tre, attestata dal 1224. Ma negli scavi del pavimento è stato scoperta un reliquiario: questa scoperta eccezionale ha permesso di stabilire che la chiesa risale al V-VI secolo (da quel periodo, infatti, le reliquie vennero murate non più nel pavimento, ma nell’altare).

Reliquiario posto sotto il pavimento

L’interno della chiesa è quasi completamente affrescato

  • Parete sinistra: Giudizio universale di Valentino Rovisi, dipinto nel 1759. Evidentissima l’impronta tiepolesca, per la sua leggerezza ed ariosità, particolare ancora più evidente, dato il soggetto rappresentato. Nacque a Moena, il nostro Valentino Rovisi (1715-1783), da Maria Felicetti e Pietro Rovisi, mercante di legname legato alla Repubblica Veneta: e proprio a Venezia il Rovisi frequentò il Tiepolo. Acquisì i suoi stilemi, anche se poi, però, li combinò con elementi già diffusi dalle sue parti, più intimi e popolari (assenti nel lavoro di Cembra).
Giudizio Universale di Valentino Rovisi (1759)
  • Parete destra: Biblia pauperum, opera cinquecentesca di bottega di Tolmezzo. Ventiquattro scene che riproducono momenti del Nuovo Testamento.
Biblia pauperum: nei quattro riquadri il processo, la flagellazione, Gesù nel Limbo, la Resurrezione
  • Presbiterio: Dio benedicente e personaggi dell’Antico Testamento
  • Soffitto: motivo floreale con figure varie.
Il diavolo porta con il ceston le anime dei dannati all’Inferno

Tra le campane del campanile, c’è la campana dei caduti. Restituita agli abitanti di Cembra nel 1925 (dopo le confische della Prima guerra mondiale), porta incisi i nomi dei settanta caduti di Cembra durante la guerra (ovviamente arruolati nell’esercito austroungarico).

Campana dei caduti della chiesa di San Pietro a Cembra

San Maria Assunta e San Rocco

Lascio ad Alfonso Lettieri di presentarvi le altre chiese, che ho visitato velocemente. Non resisto alla tentazione di postarvi questa straordinaria raffigurazione del battesimo di Cristo presente nella chiesa di Santa Maria Assunta.

Il battesimo di Cristo

Ed ecco i filmati nei quali Alfonso ci parla delle chiese di Cembra.

Ing. Löwy, bravissimo e sfortunatissimo uomo

Valentino Chiocchetti (Tinotto del Maza), importante politico intellettuale trentino (nato a Moena, operò soprattutto a Rovereto) scrive nel 1968 (e rivede nel 1979) una memoria autobiografica Le orme del mio passaggio, pubblicata a cura di Elena Viola nei Quaderni di archivio trentino.

Fra le altre interessanti notizie, parla anche di Richard Löwy.

Scrive che

era un bel giovane elegantissimo, ammirato da tutte le signorine. Aiutava molto i miei compaesani. Poiché quasi tutti gli uomini erano alle armi, egli, richiesto, mandava i soldati del Genio Militare a lavorare i campi e a compiere altri lavori. Era molto benvoluto dalla popolazione e per questo l’Amministrazione Comunale, prima che egli lasciasse il paese, gli diede la cittadinanza onoraria.

Cittadinanza onoraria concessa a Richard Löwy

Racconta, poi, quanto successo durante la persecuzione degli Ebrei in Germania e nell’Austria annessa:

L’ing. Löwy che era di Vienna, essendosi ricordato di quella cittadinanza onoraria, ritornò a Moena con la moglie, sua sorella e il marito di questa. La popolazione, che ancora ricordava, li trattò bene e dette loro aiuti e cara ospitalità. […]

Tuttavia la Banda Carità, che aveva i suoi tentacoli dappertutto, li scoprì ugualmente; furono arrestati e condotti via dai soldati delle SS. Avevano un cagnolino. Al momento dell’arresto uno di quelli aguzzini uccise con una rivoltellata A quella vista l’ing. Löwy esclamò: Questa sarà anche la nostra sorte.

Riporta una delle dicerie che circolavano in Moena sulla morte di Richard, ma non confermata dalle ultime ricerche (fu deportato ad Auschwitz):

Invece, pare che con altri ebrei anch’essi siano stati gettati, con una pietra al collo, nel Lago Maggiore. Non so se prima o dopo una fucilazione.

Il Löwy ha fatto di tutto…

Nella sua testimonianza raccolta dal Grop Ladin de Moena, suor Maddalena Chiocchetti (Nenola del Maza) così scrive a proposito di Richard Löwy:

Nenola Maza con i fratelli e una sorella (in primo piano Valentino e Simone)

El capo l’era el Loewy e i aveva jà scomenzà a enjegnar le forteze sun Mont, percheche i spetava la dichiarazion de guera ence da l’Italia, che la se aeva tirà fora da la Triplice. E coshì i aveva metù ensema i Stonc’. Ence mio pare i l’à chiamà int. El Loewy, che l’era el tenente enzenier, l’à fat de dut percheche chi da Moena i podesse restar alò entorn, mashimo chi che i era tropes en familia.

Il capo (dei primi soldati che si videro a Moena) era il Löwy e aveva già incominciato a costruire opere di difesa sul Lusia, perché ci si aspettava la dichiarazione di guerra anche dall’Italia, che si era tirata fuori dalla Triplice alleanza.

Baracche degli Stonc a Fango

E così aveva radunato gli Stonc (gli Standschutzen, formati dai cittadini fuori dalla leva -con meno di 18 anni e con più di 42 anni-, deputati, secondo l’uso tirolese, alla difesa del territorio). Anche mio padre (Giacomo Stetto Chiocchetti Maza) è stato arruolato.

Stonc fassani a Ora

Il Löwy, che era il tenente ingegnere, ha fatto di tutto perché quelli di Moena potessero rimanere in paese, soprattutto quelli che avevano una famiglia numerosa.

Richard Löwy durante la guerra

(testimonianza e fotografie tratte dal numero del Grop Ladin de Moena, Recorc: dolores e speranze CHIOCCHETTI MADDALENA DEL MAZA 1990/5 Numer spezial: 5)

150 anni di musica (e storia) a Moena

PICCOLIN MARIA – RASOM SABRINA, Banda musicale di Moena – Musega de Moena, Moena 2004

Bellissimo il volume di PICCOLIN MARIA – RASOM SABRINA, Banda musicale di Moena – Musega de Moena, Moena 2004: in occasione dei 150 anni della banda, viene ripercorsa la sua straordinaria storia.

In un libro davvero ben documentato, trovate il racconto di un lunga storia con tanti aneddoti curiosi.

  • 1854-1914 Un inizio sfolgorante
  • 1919 1945 Anni difficili
  • La seconda rinascita

è la storia della banda, certo, ma è anche la storia di Moena!

piccola biblioteca fassana

Quelle croci mi parlavano di vita e di morte

GHETTA padre FRUMENZIO, Il Cimitero militare austro-ungarico di Santa Giuliana a Vigo di Fassa, Persico edizioni, 1995

Padre Frumenzio Ghetta racconta la storia del Cimitero militare a Santa Giuliana a Vigo.

Dopo aver presentato la situazione della valle durante la Prima guerra mondiale, racconta come è nato ed è stato costruito il cimitero militare che ha raccolto i poveri resti di 663 soldati austro-ungarici caduti sul fronte italiano fra il 1915 d il 1917 (quando il fronte venne abbandonato, dopo Caporetto).

Il libro (in italiano e in tedesco) contiene i documenti del faldone Cimitero militare del Comune di Vigo di Fassa; particolarmente interessante è l’elenco dei nomi dei caduti, con indicazione dei dati biografici essenziali.

Tra i capitoli, veramente toccante e struggente è quello intitolato “Le due madri vedove di Tamion”, dedicato a due donne di Tamion che hanno perso due figli durante la Guerra: una delle due è la nonna di padre Frumenzio.

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Ma le Dolomiti sono davvero solo bambole di pietra?

Paolo Martini, Bambole di pietra. La leggenda delle Dolomiti, Neri Pozza editore 2018

Paolo Martini ha intitolato il suo pamphlet contro il turismo e contro i miti falsati delle Dolomiti ‘Bambole di pietra. La leggenda delle Dolomiti’. L’immagine è tratta da una leggenda del Latemar, già trascritta da Wolff. Una pastorella di nome Ménega trova un coltello nel bosco e lo restituisce al suo legittimo proprietario, uno strano vecchio che le promette una ricompensa speciale: delle bellissime bambole vestite di seta. Ma la leggenda non ha un lieto fine: una donna istilla in Ménega il seme dell’avidità e la pastorella impara a memoria una filastrocca che le permetterà di impossessarsi di tutte le ricchezze del vecchio. Il giorno dopo, ecco comparire delle enormi bambole vestite di seta; Ménega pronuncia la formula magica

Pope de preda/con strazze de seda/ste lì a vardàr/el Latemar

La processione di bambole vestite di seta si trasformano allora in bambole di pietra, i Campanili del Latemar che ancora oggi, ogni sera, vestono le loro coloratissime vesti.

Le leggenda viene scelta dall’autore per il suo significato profondo simbolico: che cosa succede quando l’avidità arriva in montagna? Succede che la montagna viene stravolta, diventa solo un oggetto da sfruttare. Montagne, storia, tradizioni, lingua e cultura diventano solo strumenti per incrementare gli affari, anche a costo di rovinare l’ambiente con impianti di risalita ovunque e con un innevamento artificiale profondamente anti-ecologico e non sostenibile.

Posso ammettere che la montagna sia anche questo (e lo sa bene chi, come me, frequenta la montagna da decenni), ma la montagna non è solo questo. Perché, secondo me, Paolo Martini dimentica di analizzare anche lo scenario alternativo: o turismo o spopolamento della montagna. O turismo o fame e emigrazione.

E non sono nemmeno del tutto d’accordo con il fatto che non ci sia da parte dei Ladini il tentativo di recuperare la propria cultura per sé e non solo a fine turistico. Ecco perché non mi sono piaciute le pagine del libro sui Musei della valle, che secondo me sono un presidio di cultura, come tutti i Musei nel mondo, non un altro strumento di espansione turistica.

Discorso simile anche per il senso di appartenenza del mondo ladino: mi sembra che nel libro di Martini la questione della germanizzazione novecentesca sia un po’ troppo spinta e che l’autore sottovaluti lo spirito di vicinanza al mondo tirolese che è ancora evidente oggi nelle vallate dolomitiche.

Vale comunque la pena di leggere questo libro: presenta davvero molte informazioni interessanti, mantiene la forza polemica del pamphlet dalla prima all’ultima pagina e fa riflettere su come la monocultura del turismo (soprattutto invernale) rischi di distruggere ancora per avidità le bellissime bambole di pietra che dall’alto ci guardano.

Messe sui fronti

Chissà quali pensieri passano nella mente dei soldati (quelli col la testa fasciata, quelli con il male più grande dentro la testa…). L’altare rivolto alla montagna, perché Dio si cerca sempre in alto… Speranze, gioie, dolori, sofferenze, fame, paura, freddo…. “Signore, aiutami! Signore, proteggimi!”.

E l’assurdità: due messe, a pochi chilometri di distanza (una al Passo Valles, per la Brigata Tevere; l’altra forse presso il Passo Rolle, per le truppe austroungariche), lo stesso Signore, due eserciti che cercano di annientarsi…

(fotografie tratte dal libro di Bepi Pellegrinon, Le Montagne del Destino, Nuovi Sentieri editori 1993)

Le Montagne del Destino

PELLEGRINON BEPI, Le Montagne del Destino 1915-1917. In prima linea nella Grande Guerra sul fronte fra Fassa Fiemme e Biois, Nuovi Sentieri editori 1993

Bepi Pellegrinon, nell’introduzione al suo album fotografico, racconta che Arturo Andreoletti, ufficiale degli Alpini nella zona San Pellegrino – Marmolada. gli lasciò in eredità il suo archivio fotografico alpinistico-militare.

Il tenente Arturo Andreoletti prova la mitragliatrice a Forcella dll’Alpino (3 febbriao 1916)

La pubblicazione delle immagini (tante e belle) dell’archivio si accompagna con alcune schede di approfondimento sugli eventi che si sono svolti nella Valle del Biois:

questo volume non ha l’intenzione di compiere un’approfondita analisi del grande conflitto, ma vuole solo essere un documento per arricchire ulteriormente la conoscenza degli eventi bellici del fronte di val Biois nel modo più esauriente e completo possibile

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Campane per cannoni

Le immagini della guerra sono orribili e, ovviamente, ce ne sono di più scioccanti di questa. Ma la campana che viene calata dal campanile per essere fusa e trasformata in armi è davvero un simbolo triste di un tempo, quello della pace, che se ne va per lasciare il posto al tempo del lutto, del dolore e della morte. #noallaguerra

Prima Guerra Mondiale. Anche a Predazzo si requisiscono le campane.

(fotografia tratta da PELLEGRINON BEPI, Le montagne del destino, Novi sentieri editore, 1993)