Un’Ultima cena davvero originale

Nella sacrestia di Pietralba-Weissestein, Valentino Rovisi ha dipinto un’Ultima cena davvero originale. Gli apostoli sono disposti sulla scalinata di un edificio. Al piano più basso al centro c’è Giuda che stringe il suo sacchetto di monete, i quaranta denari con cui ha tradito Gesù. Al piano superiore, al centro della scena, spicca la figura di Gesù, un giovane aureolato che lava i piedi a Pietro, il più anziano. Alla sinistra, con tratti femminei, Giovanni, il discepolo più amato. Nella parte più alta dell’edificio, una tavola imbandita e il gesto disperato di un apostolo simboleggiano la passione e la morte di Cristo. La posizione a spirale dei personaggi innesta un dinamismo che parte dalla parte più bassa (una caverna buia) alla parte più alta (un cielo aperto): dalla morte alla vita.

Valentino Rovisi, La lavanda dei piedi, affresco della sacrestia di Pietralba, 1754

Che cosa ci fa un affresco di Valentino Rovisi nella chiesa di Pietralba?

Valentino Rovisi, nel 1754, è già un pittore noto e affermato. Probabilmente è stato Josef Adam Mölk a volere Valentino a Pietralba.

Ma c’è una motivazione ancora più importante: i Fassani, almeno dal 1690, ma probabilmente anche prima, vanno in pellegrinaggio a Pietralba-Weissestein. Valentino lascia la sua firma nella sacrestia: un moenese a Baissiston.

Ho ricavato immagine e informazioni dal volume a cura di Chiara Felicetti, Valentino Rovisi nella bottega del grande Tiepolo. Il metodo di una vera e lodevole imitazione, edito dalla comunità di Fiemme e dal Circolo culturale ‘Valentino Rovisi’ nel 2002.

Valentino Rovisi: rococò veneziano a Moena

Come arriva il rococò veneziano in quel di Moena? Grazie al grande pittore Valentino Rovisi che è stato per almeno un decennio  collaboratore di Giambattista Tiepolo.

Ma cominciamo dal principio:

23 dicembre 1715: Pietro Rovisi, commerciante di legname (soprattutto con Venezia), tiene fra le sue braccia il suo sestogenito Valentino, nato da Maria Felicetti.

1728: Valentino ha del talento: su consiglio dello zio Martino, il padre Pietro lo manda come garzone in bottega presso un Capo Maestro Depentor a Venezia.  È già nella bottega di Tiepolo? Non c’è certezza.

1733: Valentino rientra a Moena: lavora per un decennio come pittore devozionale.

Valentino Rovisi, Sant’Antonio da Padova, Moena , 1736-1743 (fotografia tratta da Valentino Rovisi nella bottega del grande Tiepolo. Il metodo di una vera e lodevole imitazione, a cura di Chiara Felicetti, Comunità di Fiemme e dal Circolo culturale ‘Valentino Rovisi’, 2002)

Ma non è così contento: vuole imparare un nuovo stile. Ecco la decisione di tornare a Venezia.

1743: è ancora a Venezia il nostro, ma questa volta è lavorante e poi collaboratore di Tiepolo.  Lavora alle imprese del maestro e mantiene i rapporti con la patria, lavorando ad alcune tele. Nel frattempo si sposa con Lucia Ghisler e forma una bella famiglia.

1753: con il rientro a Moena, arrivano gli anni d’oro di Valentino. Lavora moltissimo a Moena, portando un nuovo stile. Lavora al capitello dei Ciarnadoi, affresca le facciate di alcune case. Il successo è consacrato dai lavori presso il capitello di Santa Giuliana, la patrona della Val di Fassa, e nella chiesa di San Vigilio a Moena.

Valentino Rovisi, Istituzione dello Scapolare, Moena, San Vigilio, 1753-1760

Ormai il suo pennello diventa famoso e richiesto ovunque: lavora anche a Pietralba, a Nova Levante, a Cembra, a Trento e dintorni. Molte le opere del Rovisi anche nella valle del Biois e nell’Agordino. La sua ultima avventura è la decorazione dell’intera chiesa di Cavedine, lavoro condotto in mezzo a difficoltà per l’età avanzata e concluso solo grazie alla collaborazione con la figlia Vincenza.

21 marzo 1783: Valentino muore a Moena.

Ho ricavato queste informazioni dal volume a cura di Chiara Felicetti, Valentino Rovisi nella bottega del grande Tiepolo. Il metodo di una vera e lodevole imitazione, edito dalla comunità di Fiemme e dal Circolo culturale ‘Valentino Rovisi’ nel 2002.