I frati della Mont de Aloch e le montagne

Madonna tra i santi Giovanni evangelista e Antonio da Padova, Cristoforo e Nicola di Bari (fotografia di Gianluigi Gigi Bolzoni, che ringrazio)

A Moena, nel rione Turchia, sulle pareti di ciasa Ischiazza, Zuane Forcellini ha dipinto un affresco:

adì 3 giugno 1658 m(esser) Nicolò Chioheto f(ece) f(are) p(er) sua devo(zione)/Zuane Forcelini pitor di agrot fecce

Nella parte superiore, in una cornice di nuvole, è raffigurata la Madonna fra San Giovanni Battista e Sant’Antonio da Padova.

Davvero interessanti le due figure in basso; sulla destra San Nicola di Bari con le tre sfere dorate in abiti episcopali e sulla sinistra San Cristoforo. Nello sfondo c’è un paesaggio montano, con cervi e camosci, case sparse, un contadino con una vanga e un eremita con la lanterna. L’eremita con la lanterna è presente spesso nell’iconografia di San Cristoforo, ma qui il pittore cerca di costruire un intero paesaggio: originale anche per Zuane Forcellini, che solo qui si concentra sui particolari di questo paesaggio.

L’eremita è uno dei frati bianchi dell’ordine di San Pellegrino che gestivano l’ospizio del San Pellegrino sulla Mont de Aloch (l’odierno Passo san Pellegrino): grazie a Gianluigi Chiocchetti per il suggerimento!

Le informazioni sono tratte da Pittura murale in Val di Fassa, a cura di Angela Mura, Comprensorio Ladino di Fassa, 2000

Zuane Forcellini, un agordino in Val di Fassa

1572 Moena -Peste, distanziamento sociale e capitelli-

Il Capitello del Padre Eterno e di San Vigilio Vescovo è stato eretto in località Ciarnadoi quando la peste infuriava a Moena, nel 1572. La popolazione, non potendo riunirsi nella pieve, per evitare il contagio si riuniva a turno in questa edicola e qui veniva esposto il Santissimo Sacramento.

Il capitello si trova nei pressi di una salita molto ripida: i carrettieri si aiutavano a vicenda a far avanzare anche i carri più pesanti.

Sull’esterno (purtroppo ritoccato) è rappresentato l’Eterno Padre con cherubini e decorazioni a panneggio e floreali, in una vistosa decorazione barocca. All’interno è raffigurato San Vigilio, a braccia aperte, con pastorale e mitria. L’affresco è stato eseguito da Valentino Rovisi intorno al 1760. Il restauro del capitello è avvenuto nel 1804.

Le fotografie e le informazioni sono tratte da Ascoltando il silenzio dei capitelli della Val di Fassa . Scutan l chiet… di Capitìe de Fascia, Associazione circolo Valentino Rovisi di Moena, 2006

Michele e Rosina Croce, la baita ai Ronch e Löwy

La fotografia è tratta da Me recorde che… e se volede ve conte, a cura del Grop Ladin, 2012

Nelle sue memorie biografiche Michele Croce scrive:

Mi pare ancora di vedere la maestra Parolota che correva avanti e indietro, tutta agitata, per mettere al sicuro i Löwy, una famiglia ebrea che abitava presso la casa del Buro. Inizialmente si rifugiarono nella nostra baita a Ronchi, che però era piuttosto malridotta e senza fonti d’acqua vicine. Se non sbaglio in seguito andarono a stare a Soraga dopodiché, povera gente, furono catturati dai tedeschi e deportati nei campi di concentramento. Non si sa che fine abbiano fatto quei poveri disgraziati.

La baita Croce (come si presenta oggi)

Insieme alla zia Rosina, è stato anche lui uno dei giusti della Val di Fassa.

Rosina è citata come amica di Richard Löwy già in una lettera del 1941 e fu vicino ai quattro fino alla fine.

Ultimi istanti di vita di quattro ebrei rifugiati a Moena

1944: Come sono morti i quattro ebrei rifugiati a Moena, Richard Löwy, Johanna Liebgold, Martha Löwy e Hermann Riesenfeld?

A Moena circolarono molte voci (tra cui quella che li vede uccisi presso il Lago Maggiore –testimonianza di Tinotto Mazza-).

Sia Maria Lusia Crosina (nel suo lavoro sugli Ebrei residenti in Trentino) sia Giorgio Jellici (nella sua biografia di Richard Löwy) riportano la data del trasferimento da Trento a Fossoli il 17 febbraio 1944. Anche Mario Piccolin, nella sua intervista rilasciata il 13 settembre 2003 a Maria Piccolin, ci attesta il traferimento a Fossoli dei quattro.

La Crosina e lo Jellici ci segnalano poi la data della deportazione ad Auschwitz: 22 febbraio 1944. Il convoglio è il numero 08 (lo stesso di Primo Levi).

Conferma definitiva si può trovare nel libro di Liliana Picciotto, Il libro della memoria e nel sito nomi della Shoah. Liliana Picciotto è la massima esperta di Shoah in Italia; ha ricostruito tramite la documentazione del CDEC e testimoni diretti (i pochi sopravvissuti) i convogli che partirono per Auschwitz e riporta queste indicazioni per i nostri quattro. Notare che nei documenti i nostri quattro appaiono con i nomi italianizzati.

Solo per Hermann, dunque, sussiste qualche dubbio sulla deportazione ad Auschwitz. Che sia morto durante il trasferimento a Fossoli? Per ora di questo nulla si sa.

I quattro ebrei ‘moenesii’ sono giunti ad Auschwitz o sono morti durante il viaggio?

Sia Giacomino Ganz (che riporta le parole della sorella Maddalena, amica dei Löwy) sia Maria Felicetti (anche lei amica dei Löwy) parlano di un veleno che Johanna, di professione farmacista, avrebbe nascosto in un anello. Il proposito era quello di utilizzarlo durante la deportazione. Sarà avvenuto questo? Non lo sappiamo.

Certamente nessuno dei quattro risulta negli elenchi di Auschwitz e dunque, se arrivarono ad Auschwitz, vennero probabilmente gasati all’arrivo.

Una fine, in ogni caso, terribile ed ingiusta.

da sinistra: il daziere Pelin, la maestra Valeria Jellici, Johanna Liebgold Löwy, Richard Löwy, Martha Löwy Riesenfeld, Hermann Riesenfeld

Le storie ritrovate

CROSINA MARIA LUSIA, Le storie ritrovate: ebrei nella provincia di Trento, 1938-1945, Trento 1995

Un libro che dà voce e raccoglie testimonianze di ebrei presenti in Trentino tra il 1938 e il 1945. Si tratta di racconti orali e scritti, di lettere conservate come reliquie, documenti giacenti silenziosi negli archivi da più di cinquant’anni, sentimenti, immagini, impressioni presenti nel gran libro della memoria. Storie diverse ma con un unico drammatico comun denominatore: l’essere ebrei sotto il regime nazista. Per non disperdere le parole dei vivi e per rendere ai morti un filo di voce.

Fra le storie ritrovate:

Le orme del mio passaggio

 Le orme del mio passaggio, contributi per una biografia intellettuale di Valentino Chiocchetti, a cura di Elena Viola, Museo storico di Trento, Quaderni di archivio trentino 15, 2008.

Valentino Chiocchetti (Tinotto del Maza), importante politico intellettuale trentino (nato a Moena, operò soprattutto a Rovereto) scrive nel 1968 (e rivede nel 1979) una memoria autobiografica Le orme del mio passaggio, pubblicata a cura di Elena Viola nei Quaderni di archivio trentino.

In essa, racconta frammenti della sua biografia umana ed intellettuale, che lo ha portato a diventare

pensatore sensibile al dibattito filosofico, legato, innanzitutto all’impegno scolastico, istituzionale e soprattutto a quello politico in ambito regionale nel secondo dopoguerra. Chiocchetti è considerato uno dei padri dell’autonomia trentina.

Elena Viola, Umanesimo e nonviolenza nel pensiero di Valentino Chiocchetti, pag. 105
vedi https://issuu.com/museo.storico.trentino/docs/ormepassaggio

Nel volume sono riproposte anche alcune delle più significative interviste a Valentino Chiocchetti, seguite da un altro manoscritto inedito (Il punto storico del pensiero contemporaneo) e da una memoria letta all’Accademia degli Agiati di Rovereto il 1 maggio 1944 (La zona delle Prealpi e la funzione storica del Trentino).

Il volume è completato da un profilo generale scritto dalla curatrice Elena Viola: Umanesimo e non violenza nel pensiero di Valentino Chiocchetti.

Vale la pena leggere questo libro, ben documentato e ricco, capace di rendere la personalità di un vero intellettuale, un uomo che

fa valere le proprie ragioni, si batte accanitamente se è il caso, ma cercando di comprendere anche le ragioni dell’avversario: è un uomo, in definitiva, con la U maiuscola.

Gino Gerola

In una pagina della sua biografia, Tinotto parla dell’ing. Löwy.

piccola biblioteca fassana

Ing. Löwy, bravissimo e sfortunatissimo uomo

Valentino Chiocchetti (Tinotto del Maza), importante politico intellettuale trentino (nato a Moena, operò soprattutto a Rovereto) scrive nel 1968 (e rivede nel 1979) una memoria autobiografica Le orme del mio passaggio, pubblicata a cura di Elena Viola nei Quaderni di archivio trentino.

Fra le altre interessanti notizie, parla anche di Richard Löwy.

Scrive che

era un bel giovane elegantissimo, ammirato da tutte le signorine. Aiutava molto i miei compaesani. Poiché quasi tutti gli uomini erano alle armi, egli, richiesto, mandava i soldati del Genio Militare a lavorare i campi e a compiere altri lavori. Era molto benvoluto dalla popolazione e per questo l’Amministrazione Comunale, prima che egli lasciasse il paese, gli diede la cittadinanza onoraria.

Cittadinanza onoraria concessa a Richard Löwy

Racconta, poi, quanto successo durante la persecuzione degli Ebrei in Germania e nell’Austria annessa:

L’ing. Löwy che era di Vienna, essendosi ricordato di quella cittadinanza onoraria, ritornò a Moena con la moglie, sua sorella e il marito di questa. La popolazione, che ancora ricordava, li trattò bene e dette loro aiuti e cara ospitalità. […]

Tuttavia la Banda Carità, che aveva i suoi tentacoli dappertutto, li scoprì ugualmente; furono arrestati e condotti via dai soldati delle SS. Avevano un cagnolino. Al momento dell’arresto uno di quelli aguzzini uccise con una rivoltellata A quella vista l’ing. Löwy esclamò: Questa sarà anche la nostra sorte.

Riporta una delle dicerie che circolavano in Moena sulla morte di Richard, ma non confermata dalle ultime ricerche (fu deportato ad Auschwitz):

Invece, pare che con altri ebrei anch’essi siano stati gettati, con una pietra al collo, nel Lago Maggiore. Non so se prima o dopo una fucilazione.

La disputa delle calze (sì, sì, proprio delle calze…)

1909: di che colore devono essere le calze della divisa della banda di Moena? Non vi interessa? Fate molto male. Perchè, invece, la storia è molto interessante. Calze bianche alla tirolese o calze azzurro scuro alla veneziana?

A Moena sono gli anni dei nazionalismi e anche nella banda, fra i moltissimi sostenitori dell’appartenenza al mondo tirolese (e dunque austroungarico), c’è anche qualche iscritto alla Lega nazionale. E quindi la questione diventa politica.

A spuntarla sono i filoitaliani, pochi in valle, ma tra loro c’è anche il maestro della banda di Moena, Bepo Caiosta (Giuseppe Volcan). E così i moenesi indossano una divisa diversa da quella delle altre bande dell’Impero.

A ben vedere, non è solo questione di calze, però: anche il cappello e i pantaloni, nonché il corpetto, rivelano che i suonatori hanno in mente un modello diverso da quello più diffuso in Tirolo, un modello, potremmo dire, ladino.

E quindi, anche se meno austricanti delle altre, queste uniformi spariranno sotto il fascismo, quando si imporrà la politica di italianizzazione forzata (che vede i Ladini come una macchia grigia da cancellare).

Bisognerà aspettare il 1958 perché la banda possa indossare ancora la sua bella divisa ladina (con calze rigorosamente azzurro-blu).

Informazioni e fotografie sono tratte dal bellissimo volume PICCOLIN MARIA – RASOM SABRINA, Banda musicale di Moena – Musega de Moena, Moena 2004, in cui, in occasione dei 150 anni della banda, viene ripercorsa la sua straordinaria storia. In un libro davvero ben documentato, trovate il racconto di un lunga storia con tanti aneddoti curiosi.

150 anni di musica (e storia) a Moena

PICCOLIN MARIA – RASOM SABRINA, Banda musicale di Moena – Musega de Moena, Moena 2004

Bellissimo il volume di PICCOLIN MARIA – RASOM SABRINA, Banda musicale di Moena – Musega de Moena, Moena 2004: in occasione dei 150 anni della banda, viene ripercorsa la sua straordinaria storia.

In un libro davvero ben documentato, trovate il racconto di un lunga storia con tanti aneddoti curiosi.

  • 1854-1914 Un inizio sfolgorante
  • 1919 1945 Anni difficili
  • La seconda rinascita

è la storia della banda, certo, ma è anche la storia di Moena!

piccola biblioteca fassana

Quel giorno in cui su Moena passarono 400 aerei americani…

Racconta Michele Croce, nelle sue belle memorie autobiografiche (DA LEGGERE!), la vita di un moenese fra gli anni Trenta e Cinquanta. Molti riguardano il periodo della Seconda Guerra Mondiale.

Il 20 luglio del 1944 Michele ha 16 anni e sta tagliando la legna per la zia Rosina, quando incomincia a vedere passare gli aerei americani che vanno a bombardare la Germania. Non è la prima volta che succede: una volta un aereo in avaria sgancia addirittura alcune bombe sul Sas de Ciamp, su passo Carezza, sulla Roda de Vael e su Soraga. Ma quando Michele vede passare tanti e tanti aerei, incomincia a contarli. Arriva a quota 400!

La cosa lo colpisce tanto che ha un’idea: un’incisione sulla porta del tabià.

20/07/44 – sono passati 400 aerei inglesi

400 aerei passano su Moena

Ma c’è ancora un altro particolare che rende quella porta davvero interessante: altre iscrizioni fatte dai prigionieri bosniaci durante la guerra del 1914-1918.

iscrizioni risalenti alla Prima guerra mondiale

E così una porta diventa la testimonianza di due momenti terribili della storia del Novecento.

E forse ci ricorda che dobbiamo essere lieti dei 75 anni senza guerre mondiali che abbiamo vissuto fra il 1945 e oggi e impegnarci ancora più a fondo per custodire la pace e la collaborazione fra i popoli.