La disputa delle calze (sì, sì, proprio delle calze…)

1909: di che colore devono essere le calze della divisa della banda di Moena? Non vi interessa? Fate molto male. Perchè, invece, la storia è molto interessante. Calze bianche alla tirolese o calze azzurro scuro alla veneziana?

A Moena sono gli anni dei nazionalismi e anche nella banda, fra i moltissimi sostenitori dell’appartenenza al mondo tirolese (e dunque austroungarico), c’è anche qualche iscritto alla Lega nazionale. E quindi la questione diventa politica.

A spuntarla sono i filoitaliani, pochi in valle, ma tra loro c’è anche il maestro della banda di Moena, Bepo Caiosta (Giuseppe Volcan). E così i moenesi indossano una divisa diversa da quella delle altre bande dell’Impero.

A ben vedere, non è solo questione di calze, però: anche il cappello e i pantaloni, nonché il corpetto, rivelano che i suonatori hanno in mente un modello diverso da quello più diffuso in Tirolo, un modello, potremmo dire, ladino.

E quindi, anche se meno austricanti delle altre, queste uniformi spariranno sotto il fascismo, quando si imporrà la politica di italianizzazione forzata (che vede i Ladini come una macchia grigia da cancellare).

Bisognerà aspettare il 1958 perché la banda possa indossare ancora la sua bella divisa ladina (con calze rigorosamente azzurro-blu).

Informazioni e fotografie sono tratte dal bellissimo volume PICCOLIN MARIA – RASOM SABRINA, Banda musicale di Moena – Musega de Moena, Moena 2004, in cui, in occasione dei 150 anni della banda, viene ripercorsa la sua straordinaria storia. In un libro davvero ben documentato, trovate il racconto di un lunga storia con tanti aneddoti curiosi.

150 anni di musica (e storia) a Moena

PICCOLIN MARIA – RASOM SABRINA, Banda musicale di Moena – Musega de Moena, Moena 2004

Bellissimo il volume di PICCOLIN MARIA – RASOM SABRINA, Banda musicale di Moena – Musega de Moena, Moena 2004: in occasione dei 150 anni della banda, viene ripercorsa la sua straordinaria storia.

In un libro davvero ben documentato, trovate il racconto di un lunga storia con tanti aneddoti curiosi.

  • 1854-1914 Un inizio sfolgorante
  • 1919 1945 Anni difficili
  • La seconda rinascita

è la storia della banda, certo, ma è anche la storia di Moena!

piccola biblioteca fassana

Ma le Dolomiti sono davvero solo bambole di pietra?

Paolo Martini, Bambole di pietra. La leggenda delle Dolomiti, Neri Pozza editore 2018

Paolo Martini ha intitolato il suo pamphlet contro il turismo e contro i miti falsati delle Dolomiti ‘Bambole di pietra. La leggenda delle Dolomiti’. L’immagine è tratta da una leggenda del Latemar, già trascritta da Wolff. Una pastorella di nome Ménega trova un coltello nel bosco e lo restituisce al suo legittimo proprietario, uno strano vecchio che le promette una ricompensa speciale: delle bellissime bambole vestite di seta. Ma la leggenda non ha un lieto fine: una donna istilla in Ménega il seme dell’avidità e la pastorella impara a memoria una filastrocca che le permetterà di impossessarsi di tutte le ricchezze del vecchio. Il giorno dopo, ecco comparire delle enormi bambole vestite di seta; Ménega pronuncia la formula magica

Pope de preda/con strazze de seda/ste lì a vardàr/el Latemar

La processione di bambole vestite di seta si trasformano allora in bambole di pietra, i Campanili del Latemar che ancora oggi, ogni sera, vestono le loro coloratissime vesti.

Le leggenda viene scelta dall’autore per il suo significato profondo simbolico: che cosa succede quando l’avidità arriva in montagna? Succede che la montagna viene stravolta, diventa solo un oggetto da sfruttare. Montagne, storia, tradizioni, lingua e cultura diventano solo strumenti per incrementare gli affari, anche a costo di rovinare l’ambiente con impianti di risalita ovunque e con un innevamento artificiale profondamente anti-ecologico e non sostenibile.

Posso ammettere che la montagna sia anche questo (e lo sa bene chi, come me, frequenta la montagna da decenni), ma la montagna non è solo questo. Perché, secondo me, Paolo Martini dimentica di analizzare anche lo scenario alternativo: o turismo o spopolamento della montagna. O turismo o fame e emigrazione.

E non sono nemmeno del tutto d’accordo con il fatto che non ci sia da parte dei Ladini il tentativo di recuperare la propria cultura per sé e non solo a fine turistico. Ecco perché non mi sono piaciute le pagine del libro sui Musei della valle, che secondo me sono un presidio di cultura, come tutti i Musei nel mondo, non un altro strumento di espansione turistica.

Discorso simile anche per il senso di appartenenza del mondo ladino: mi sembra che nel libro di Martini la questione della germanizzazione novecentesca sia un po’ troppo spinta e che l’autore sottovaluti lo spirito di vicinanza al mondo tirolese che è ancora evidente oggi nelle vallate dolomitiche.

Vale comunque la pena di leggere questo libro: presenta davvero molte informazioni interessanti, mantiene la forza polemica del pamphlet dalla prima all’ultima pagina e fa riflettere su come la monocultura del turismo (soprattutto invernale) rischi di distruggere ancora per avidità le bellissime bambole di pietra che dall’alto ci guardano.