Un filo unisce la Val di Fassa e la Galizia: la preghiera delle mamme

TAMION DI VIGO DI FASSA

‘C’è qualcuno che va a dire una preghiera su quelle fosse?’: padre Frumenzio Ghetta ricordava bene queste tristi parole che la nonna, Maria Depaul Weiss, rivolgeva alla luna.

Aveva perso due figli in guerra, in Galizia, Ludovico nel 1914 e Giovanni nel 1917, e per tutta la vita aspettò il loro ritorno, come aveva atteso il ritorno degli altri tre figli che avevano combattuto sul fronte austro-russo.

Nella chiesa di Tamion, in ricordo dei suoi figli morti in guerra (foto personale)

Pensava alle loro tombe, su cui nessuno andava a versare lacrime.

HIJCZE (UCRAINA)

Hijcze è un paesino vicino a Leopoli, oggi in Ucraina; nel 1914 era parte della Galizia, regione appartenente all’Impero austro-ungarico che si estendeva dall’Erzegovina alla Boemia, dal Trentino all’Ucraina.

User:Andrei_nacu – File:Austria Hungary ethnic.svg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=33888133

In un cimitero del paesino di Hijcze riposano molti soldati morti combattendo contro i Russi. Tra questi anche molti Ladini di Fassa. Forse qualcuno piangeva su quelle tombe.

(Leggete questo interessante volumetto che racconta la vicenda dei soldati trentini durante la Prima Guerra Mondiale. Anche in questi video viene spiegata questa storia, davvero poco conosciuta fuori dal Trentino)

Ma noi torniamo a TAMION da Maria: non ha potuto piangere sulle fosse dei suoi figli, allora ha pianto sulla fossa di altri soldati morti, caduti durante la stessa guerra, sulle cime delle Dolomiti. Pensava alle mamme di quei soldati che provavano la sua stessa pena e andava a pregare sulle tombe di quei poveri ragazzi morti lì, senza che nessuna madre potesse piangerli sulla tomba.

1915. Il cimitero militare austro-ungarico di Vigo di Fassa, ai piedi del Santuario di Santa Giuliana

La preghiera di una mamma, Maria, tendeva un capo di un filo verso un luogo lontano e lì, forse, un’altra mamma prendeva quel filo.

Maria Depaul Weiss con la sua famiglia a Tamion nel 1933

Ho tratto le fotografie e le informazioni dal volume di GHETTA padre FRUMENZIO, Il Cimitero Militare austro-ungarico di Santa Giuliana a Vigo di Fassa, Persico Edizioni, 1995

Vigilio Croce Fantonel: Moena, Russia e ritorno

Cominciamo la storia dal dopo: 1948 a Moena una bella statua di ghiaccio rappresentante un ‘Prigioniero russo’ sta in mezzo a Piazza Ramon.

Sono stati gli alunni della Scuola d’Arte di Pozza a scolpirla per accogliere i reduci dalla Campagna di Russia. No, non la tremenda Campagna di Russia del 1941, ma la guerra austro-russa della Prima guerra mondiale.

La statua del prigioniero russo in piazza Ramon nell’inverno del 1948

Organizzatore del raduno è Vigilio Croce Fantinel (classe 1887): lui è stato in prima linea e poi in prigione a lungo in Russia.

Vigilio Croce Fantonel nel 1916

Partito come soldato nell’Esercito Austroungarico allo scoppio della guerra, combattè presso Leopoli e venne preso prigioniero. Spostato da Kiev a Cracov e a Tambov, giunse infine nel campo di prigionia di Kirsanov.

Cartolina postata da Domenico Croce a suo fratello Vigilio, prigioniero in Russa il 27 gennaio 1916

Che cosa fare di questi prigionieri? Erano austroungarici, ma di lingua italiana e le loro terre erano oggetto di rivendicazioni italiane (e l’Italia, dal 24 maggio 1915, era parte in campo). Quasi nessun fassano aveva simpatie filoitaliane, certo, ma il Trentino sarebbe diventato italiano, se l’Italia avesse vinto. Quegli uomini erano contemporaneamente amici e nemici. Futuri italiani, forse, quindi alleati dei Russi, ma intanto soldati prigionieri austroungarici, nemici. Come fare?

Una contessa organizzò il rientro dei prigionieri trentini: si chiamava Gemma di Gresti Guerrieri Gonzaga.

Il viaggio di ritorno fu assai avventuroso.

Il 13 agosto 1916 salirono su un treno che li portò sul Mar Bianco ad Arcangelo: durante la lunghissima traversata, giunse la notizia che il bastimento inglese che doveva portarli a casa era in avaria.

Esito diverso ebbe il trasporto del 14 settembre 1916. Ecco le tappe avventurose del viaggio:

  • in treno fino a Arcangelo
  • in bastimento: Capo Nord, isole Faer Oer, Glasgow, Oxford, Southampton, Dover, Calais
  • in treno: Lione, Chambery, Modane e Torino

Incredibile, vero? 8000 chilometri!!!

A Torino Vigilio lavorò come orologiaio e tornò a Moena nel Natale del 1918.

Trent’anni dopo, il ritrovo degli ex prigionieri a Moena.

La famiglia di Vigilio Croce Fantonel e di Pia Romanese con i figli Michele, Pino, Mario e Carlo

Fotografie ed informazioni sono tratte dalle memorie biografiche di Michele Croce “Me recorde che… e se volede ve conte” a cura del Grop Ladin da Moena, 2012: pagine interessantissime, piene zeppe di aneddoti della lunga vita di Michele Croce. Grazie a Massimo Croce che mi ha regalato questo libro!

Libro di guerra di Giacomo Sommavilla: Hofer il Tiroler

Libro di guerra di Giacomo Sommavilla, in Scritture di guerra 6, Simone Chiocchetti, Vigilio Iellico, Giacomo Sommavilla, Albino Soratroi, a cura di Luciana Palla, Museo Storico di Trento, Museo storco italiano della guerra, Rovereto, 1997

Ha già 36 anni quando viene chiamato in guerra, il 1 agosto 1914; è contento di partire? No di certo. Non se lo aspetta. Eppure, scrive Giacomo nel suo Libro di Guerra:

Siamo alla vigilia della partenza! Dovremo partire e per dove? Per un paese per ognuno sconosciuto, che nessuno sapeva descriverci nè il clima ne il terreno, non i costumi nè la temperatura ne il temperamento o condizioni degli abitatori e per di più nessuno sapeva quella lingua. E perché partire? Perché un sacro dovere ce lo imponeva, avevammo giurato in nome di Dio che saremmo stati ubbidienti ad ogni ordine dei superiori e questi ora ci comandavano di portarci colà onde combattere il nemico invadente le nostre terre e perciò conoscendo in questo gli ordini del Supremo comandante tutti docili aspettammo l’ora della partenza.

pagg. 16-17

Scrive le 105 pagine di quaderno del suo diario, appena uscito dall’esperienza di guerra, durante la convalescenza in ospedale, in Boemia.

Racconta il giorno della partenza, il lungo viaggio verso la Galizia, le prime impressioni, i primi combattimenti nella tremenda battaglia di Leopoli.

La ricostruzione del percorso di Giacomo Sommavilla. La fotografia è tratta da Mondo Ladino 39, 2015.

Non si rappresenta come un eroe: racconta di tremare per la debolezza, di aver paura di morire, di essere stato costretto con la rivoltella ad un’azione quasi suicida, esulta al comando di fuggire e di abbandonare una posizione pericolosissima. Ma racconta anche con semplicità di aver salvato un certo Simonazzi della Val di Cembra, trasportandolo ferito per ben 20 minuti esposti al fuocco nemico. Non descrive, cioè, la guerra della propaganda, ma la guerra vera.

La paura di morire è un tutt’uno con una fame ed una sete atroci, che accompagnano Giacomo per tutti i giorni dei combattimenti.

Durante la ritirata, osserva anche le persone che sono costrette a lasciare le case e riceve anche del cibo da questi poveri fuggiaschi. Si trova a passare in un luogo in cui si è combattuta un’accanita battaglia.

il terreno sopra il quale si marciava era seminato di cadaveri, quei volti tutti trasformati, schizzati di sangue e fango, con gli occhi sbarati e dal dolore e più ancora certamente dal terrore resi in uno stato tale che mettevano paura al solo guardarli, si vedevano ancora delle croci confinate nel terreno che certamente indicavano essere colà sepolto qualcuno forse qualche ufficiale, molte armi ed altri arnesi di guerra si vedevano lungo la via il chè tutto compreso presentava un aspetto molto raccapricciante.

pagg. 55-56
Soldato austroungarico morto in Galizia. La fotografia è tratta da Mondo Ladino 39, 2015.

La sua piccola storia si inserisce nella grande storia del XIV Korps Edelweiss. Combatte a Leopoli, dove gli austrauci vengono sconfittie e partecipa al ripiegamento verso la fortezza di Przemysl: qui ancora si scontra con il nemico russo in un’aspra battaglia.

Il 21 ottobre 1914 viene ferito ad una spalla. Da questo momento in poi inizia un altro viaggio, verso gli ospedali militari della Boemia, Reichenberg e Haindorf.

Le caserme di Reichenberg in una fotografia del 1904

Qui Giacomo si riprende dalla ferita, anche grazie all’amorevole accoglienza delle popolazioni locali

onorati di poter albergare coloro che ormai avevano versato del loro sangue a prò della patria

p.102

Durante la convalescenza, Giacomo ripensa alla sua vicenda e decide di metterla per iscritto in un quaderno, appunto il Libro di Guerra che noi ancora oggi possiamo leggere integralmente.

La copertina del Libro di Guerra . La fotografia è tratta da Mondo Ladino 39, 2015.

La memoria del soldato moenese finisce con un’immagine di pace: il dottor Julius Kaufner si prende cura di Giacomo, chiamandolo scherzosamente l’Hofer il Tiroler.

Scritture di guerra: Simone Chiocchetti, Vigilio Iellico, Giacomo Sommavilla, Albino Soratroi

Scritture di guerra 6, Simone Chiocchetti, Vigilio Iellico, Giacomo Sommavilla, Albino Soratroi, a cura di Luciana Palla, Museo Storico di Trento, Museo storco italiano della guerra, Rovereto, 1997

Luciana Palla raccoglie le memorie dei soldati delle valli ladine: c’è un epistolario (quello di Simone Chiocchetti Moro) e due memorie autobiografiche, (di Vigilio Jellico e di Giacomo Sommavilla) e un diario di Albino Soratroi (ladino di Livinallogno).

Per no desmentier

Maria Piccolin, Per no desmentiér… Fies de Fascia morc da la Gran Vera, Regione autonoma Trentino-Alto Adige, 2007

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Un libro necessario: l’elenco di tutti i morti fassani della Grande Guerra.

Se questo è il cuore del libro, molto interessanti gli altri capitoli (in lingua LADINA):

  • Fassa ai primi del 1900: tra tradizione e mutamento
  • Tiroler Landesveteidigung: una lunga tradizione di difesa militare
  • La Grande Guerra sul fronte orientale: la guerra dimenticata
  • Onoranze ai soldati morti in guerra

piccola biblioteca fassana

Landeschützen di Moena

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Agosto 1914: gli uomini della Val di Fassa vengono mobilitati. E’ scoppiata la guerra e i ragazzi di Moena si riuniscono. Prima di partire, una bella fotografia (grazie a Matteo Del Din): ed ecco qui ritratti i Landeschützen di Moena, riconoscibili dalla stella alpina sul colletto.

Tutti e tre i reggimenti  dei Landeschützen furono inquadrati nel XIV Korps Edelweiss e mandati, dopo qualche giorno di addestramento, sul fronte austro-russo. Qui presero parte alle battaglie dell’esercito austroungarico contro i Russi: quel confine orientale che dopo tante battaglie sanguinose (sul fiume San, a Hujcze, a Leopoli, a Gorlice-Tarnow) e almeno due grandi ritirate verso i Carpazi, fu definitivamente conquistato dall’Impero Russo con la presa della fortezza di Przemysl del giugno 1915.

Molti hanno perso la vita in Galizia o sono stati presi prigionieri. Una storia ancora da raccontare: cimiteri di trentini in quel luoghi fra Polonia, Ucraina e Russia con morti da onorare e lunghissimi anni di prigionia ed avventurosi viaggi di ritorno attraverso tre continenti.

Fra questi anche i moenesi 

  • Jan Buro (-il primo in alto a destra-prigioniero e reduce),
  • Giovanni Felicetti (disperso in Galizia),
  • Giacomo Sommavilla de Piaz (ferito, autore del Libro di guerra, scritto in ospedale in Boemia)
  • Simone Chiocchetti Moro (disperso in Galizia, di cui possediamo un ricco epistolario)
  • Giuseppe Pettena (prigioniero e reduce, che ha raccontato la sua testimonianza ai figli che l’hanno raccolta: Vita da soldà)
  • Vigilio Iellico Mantino (reduce, muore nel 1921 per una tubercolosi ossea contratta durante la guerra; ci ha lasciato un Memorandum 1916-1918)
  • Kaiserjaeger Battista Chiocchetti Moro (prigioniero e reduce, autore delle Memorie della guerra austro-russa 1914)

Il XIV Korps Edelweiss, intanto, venne frettolosamente richiamato sul fronte meridionale, a difesa dei Rayon di Folgaria e Lavarone sul confine italiano nel giugno del 1915.

Ma nemmeno questo riavvicinamento a casa fu definitivo: i generali, infatti, poco si fidavano delle truppe che parlavano italiano e così i Tirolesi di lingua italiana, chiamati Welsch-Tiroler, vennero separati dai Tirolesi di lingua tedesca e rimandati a combattere lontano da casa. Così anche i Ladini fassani terminarono la guerra sul fronte orientale.

Ora è possibile onorare alcuni di questi caduti nei cimiteri austroungarici costruiti nella Galizia storica, oggi in Polonia e Ucraina. Nel 2008, in particolare, i Fassani si sono recati a Hijcze ad onorare i loro caduti in Galizia.

(Ho tratto le notizie dal libro di Maria Piccolin, Per no desmentiér… Fies de Fascia morc da la Gran Vera, Regione autonoma Trentino-Alto Adige, 2007)

Battista Chiocchetti, Memorie della guerra Austro-Russa 1914

Memorie della guerra Austro-Russa 1914, Battista Chiocchetti di Moena, Val di Fiemme, Sud Tirolo, Istitut Cultural Ladin, 1995-2002

Il libro contiene le pagine del diario scritte da Battista Chiocchetti fra il 1914 e il 1918 in tre momenti diversi: durante la prigionia a Jar, durante il lungo viaggio di ritorno a casa e dopo il rientro a Moena. L’autore, con la sua lingua semplice racconta la guerra, combattuta in Galizia,  la prigionia e il lungo viaggio di ritorno nella sua terra diventata italiana.

Così scrive di questo diario Gennaro Barbarisi:

La prosa fresca e colorita che risulta da tutto il diario è lo specchio di un’affascinante personalità ma anche di una intera civilità, nella quale gli individui sono stati educati a misurarsi con la più dura realtà, tenendo fede ai più elevati valori morali, senza mai venir meno alla propria umanità.

Ma facciamo un passo indietro: Battista Chiocchetti nasce a Moena il 23 febbraio 1886, figlio di Vigilio Chiocchetti del Moro e di Elisabetta Sommariva Tamburon. Ha una sorella, Margherita.

Uomo gioviale, con una gran passione per la musica, apre una bottega di falegnameria e si fidanza con Corona Sommariva del Crestan.

Allo scoppio della guerra, parte da Moena proprio il primo giorno (il 1 agosto 1914, quando l’Italia non era ancora entrata in guerra); combatte sul fronte austro-russo le due battaglie di Leopoli e viene preso prigioniero.

Così Battista racconta la sua ultima notte di libertà nei boschi di Przemyśl (nell’attuale Polonia, ed allora Galizia)

“Finalmente venne il giorno 20 ottobre (1914): questo giorno lo passammo in quel boscho e senza nissun comandante, andavamo or quà, or là senza nissuna direzione, dovemmo respingere a colpi di fucile 2 volte il nemico che ci assaliva, avemmo ancora dei morti e dei feriti, ricevere da mangiare o da berre nessuna idea, per fortuna avevamo delle conserve che mangiammo. In quel giorno parlai diverse volte on mio cugino Carletto e parecchi altri miei paesani, e venuta la notte dormimmo uno presso l’altro io el Giovanni Buro e el Bortol dalle fede di Tesero. La notte dovemmo tutti a turno fare un ora di guardia, venne anche la pioggia, però avevamo addosso le coperte e non ci bagnammo tanto”.

Da quel momento quattro lunghi anni di prigionia per Battista e per Jan Buro; durante la prigionia Battista manda a casa questa bella fotografia.

Il cugino Carletto (Zanoner Carlo Menegon), invece, morirà di tifo a Wadowice il 21 febbraio 1915.

Rientra avventurosamente a casa dopo il giro di tre continenti.
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Sposa la sua amata Corona appena tornato dalla guerra.
Muore solo sei anni dopo il suo matrimonio, nel 1926: insieme a Corona, ha avuto ben cinque figli.
I cinque figli di Battista Chiocchetti (Viglio, Giovanna, Cristiano, Margherita, Elisabetta)

Mi piace confrontare fra loro queste due fotografie:

nella prima un giovanissimo Battista è primo clarino della banda di Moena, chiamata ad inaugurare il Grand Hotel Carezza nel 1911.

1911: all’inaugurazione del Grand Hotel Carezza, in posa la banda di Moena: il quinto in piedi da destra è Battista Chiocchetti.

nella seconda Battista, quasi alla fine della sua lunga prigionia, è ancora in una banda, quella dei prigionieri austroungarici a Pechino: tiene in mano ancora il suo clarino.

MUSICA, MAESTRO!

La banda dei prigionieri austroungarici a Pechino. Battista Chiocchetti è il primo da destra.

piccola biblioteca fassana

Gran Vera in Val di Fassa

L’ingresso del Cimitero Austroungarico di Vigo di Fassa. Per non dimenticare i soldati austroungarici morti durante la Grande Guerra. I fassani hanno seppellito qui i morti della Guerra Bianca combattuta sulle loro montagne, mentre i giovani fassani morivano in Galizia (oggi Polonia ed Ucraina). Ma anche là mani pietose hanno raccolto e seppellito i morti. 

Cimitero Austroungarico Vigo di Fassa

#primaguerramondiale #GranVera #noallaguerra #pernondimenticare #anchequestaèValdiFassa — a Vigo di Fassa.