Una principessina etiope in Val di Fassa

una principessina etiope

Martha Nassibù è nata nel 1931 ad Addis Abeba, figlia del degiac Zamanuel Nasibù, aristocratico etiopico, comandante in capo delle armate del fronte sud che lottò (vanamente) nella guerra italo-etiopica del 1935-1936. Per sette mesi lottò contro l’armata italiana guidata dal generale Graziani.

Il 3 maggio, persa ormai la guerra, il comandante Zamanuel si imbarcò con l’imperatore Hailè Selassié diretto in Svizzera, dove trovò la morte per gli effetti dell’iprite, usata da Graziani per vincere la guerra, in spregio al trattato internazionale di Ginevra (che vietava l’utilizzo delle armi non convenzionali come l’iprite ed altri gas letali).

Atzede Mariam Babitcheff e Nasibù Zamanuel pochi mesi dopo il loro matrimonio (fotografia tratta da Martha Nasibù, Memorie di una principessa etiope, Neri POzza, 2005)

La notizia della morte raggiunse la sua famiglia che si trovava ancora in Etiopia. Fu allora Atzede Mariam Babitcheff, la vedova del degiac Nasibù, a prendere l’iniziativa per salvare i suoi figli dai Lager somali o eritrei. Chiese a Graziani di potersi trasferire in Europa per badare all’educazione dei suoi figli: il generale, felice di liberarsi di possibili eredi, lo concesse. Così il 5 dicembre 1936 arrivarono a Napoli Atzede con i figli Fassil, Amaretch, Brahanou, Martha).

i quattro fratelli Nasibù con un’amico napoletano (fotografia tratta da Martha Nasibù, Memorie di una principessa etiope, Neri POzza, 2005)

Fra il 1936 e il 1944 fu un carosello di spostamenti nella penisola e nelle colonie, richiesti dal Ministero dell’Africa italiana: Napoli, Tripoli, oasi di Zliten (Libia), Napoli ancora, Rodi, Tripoli, Vigo di Fassa, Firenze, San Giustino presso Arezzo, Firenze, Pozza di Fassa, Firenze per la terza volta. A Firenze nell’agosto 1944 entravano gli Alleati.

La giovane Martha, diventata un’artista e marchesa (dopo il matrimonio nel 1966 con il marchese Francesco Tortora Brayda di Belvedere), nel 2005 ha deciso di raccontare la sue memorie nel volume Memorie di una principessa

è morta il 29 marzo 2019.

Adey Abeba 1994, di Martha Nassibou (fotografia tratta da http://marthanassibou.blogspot.com/)

in Val di Fassa

Basta leggere il titolo del capitolo dedicato al primo soggiorno fassano di Martha, allora principessina di nove anni, per capire il tono del diario fassano: Le Dolomiti, nostro paradiso.

Nei tre mesi trascorsi in quel paese di sogno ritrovammo la salute. Finalmente avevamo a disposizione uno spazio senza limiti in cui fare escursioni alla scoperta di luoghi nascosti di incantevole bellezza, immersi nella natura. Le Dolomiti restano incise nella mia memoria, e ogni volta che vengono evocate suscitano in me sensazioni di pace e di buon vivere.

Nel secondo soggiorno, questa volta a Pozza di Fassa (L’epilogo delle nostre peripezie), Martha, dodicenne, vive in modo ancora più intenso il rapporto con la montagna, arrampicandosi con le guide forestali fino a raggiungere il ghiacciaio della Marmolada, il lago di Carezza, la forcella del Sassolungo. Una sera prova anche l’emozione di vedere per la prima volta la neve. La famiglia lascia la Val di Fassa solo alla notizia che Roma è stata liberata, il 4 giugno del 1944.

(tutte le notizie provengono dall’autobiografia di Martha Nasibù, Memorie di una principessa etiope, pubblicato da Neri Pozza nel 2005)

No ve desmention a GORLA MAGGIORE e a SOLBIATE OLONA

Arriverà anche a Gorla Maggiore e a Solbiate Olona la storia di Richard Löwy e dei ‘giusti’ della Val di Fassa.Grazie di questo invito al sindaco Pietro Zappamiglio e all’assessore alla Cultura e Istruzione Antonella Scolfaro, al preside della Istituto Comprensivo Aldo Moro e alla prof.ssa (e amica) Cristina Bevilacqua.

E spero di tornare da voi anche dal vivo!

Costruire ponti

Un ponte è un’opera edilizia e su questo non si discute. Un ponte, in anni di guerra, è un’opera militare. E anche questo è assodato.

Ma un ponte è anche un simbolo: unisce luoghi separati, permette la comunicazione e lo scambio fra gli uomini.

Ecco il ponte che il Genio imperialregio ha costruito a Moena per attrezzare la strada che sale al Passo san Pellegrino, il passo dolomitico su cui Austroungarici e Italiani si sono scontrati tra il 1915 e il 1917 (con la disfatta di Caporetto, il fronte dolomitico venne abbandonato).

Il Genio militare austroungarico costruisce il Pont de Corves a Moena (1915). Fotografia tratta da Giorgio Jellici, Richard Löwy. Un ebreo a Moena. Dalla Grande Guerra alla Shoah, Istituto Ladino, 2008.

Comandante del Genio imperialregio era Richard Löwy. Mi piace: non solo ha costruito le trincee sul passo e sulle cime, ma anche quel ponte a Moena.

Perché Richard era uomo di pace che amava costruire (non distruggere), unire (non dividere), condividere (non tenere per sé).

Piccoli-grandi gesti di memoria

4 gennaio 1944

Richard Löwy, la moglie Johanna Liebgold, la sorella Martha e il cognato Hermann Riesenfeld vengono arrestati a Someda di Moena dove si erano rifugiati dal 1939.

Vengono arrestati perchè sono ebrei e la ‘Soluzione finale’ della questione ebraica diventa esecutiva in Italia a partire dal 1943. Nel Trentino, diventato Operationszone Alpenvorland, sono proprio i nazisti a presentarsi a casa del Tone Ninzele a Someda e ad arrestarli.

Gli abitanti di Someda e di Moena assistono sconcertati all’arresto, all’uccisione del cagnolino di Johanna, alla traduzione al carcere di Trento.

Richard Löwy non è uno qualunque: è un cittadino onorario di Moena, benefattore della valle durante la Prima Guerra Mondiale.

4 GENNAIO 2021

Anna Rosa Dellantonio (nipote dell’ultimo giusto che, insieme alla moglie Margianola Pata, nascose Richard Löwy a Someda, Tone Ninzele) esce di casa e mette un lumino davanti alla casa dove avvenne l’arresto. E Luigina Felicetti mi racconta quanto ha sentito da sua madre: Richard Löwy era una brava persona. Giovanna Chiocchetti mi scrive che anche suo padre, Mario Batesta, ha assistito all’arresto.

C’è un Male così inumano che non si può spiegare. A noi il compito di non dimenticare: grazie per i piccoli-grandi gesti di Memoria. NO VE DESMENTION: non vi dimentichiamo.

Richard Löwy: il profilo biografico

Un filo unisce la Val di Fassa e la Galizia: la preghiera delle mamme

TAMION DI VIGO DI FASSA

‘C’è qualcuno che va a dire una preghiera su quelle fosse?’: padre Frumenzio Ghetta ricordava bene queste tristi parole che la nonna, Maria Depaul Weiss, rivolgeva alla luna.

Aveva perso due figli in guerra, in Galizia, Ludovico nel 1914 e Giovanni nel 1917, e per tutta la vita aspettò il loro ritorno, come aveva atteso il ritorno degli altri tre figli che avevano combattuto sul fronte austro-russo.

Pensava alle loro tombe, su cui nessuno andava a versare lacrime.

HIJCZE (UCRAINA)

Hijcze è un paesino vicino a Leopoli, oggi in Ucraina; nel 1914 era parte della Galizia, regione appartenente all’Impero austro-ungarico che si estendeva dall’Erzegovina alla Boemia, dal Trentino all’Ucraina.

User:Andrei_nacu – File:Austria Hungary ethnic.svg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=33888133

In un cimitero del paesino di Hijcze riposano molti soldati morti combattendo contro i Russi. Tra questi anche molti Ladini di Fassa. Forse qualcuno piangeva su quelle tombe.

(Leggete questo interessante volumetto che racconta la vicenda dei soldati trentini durante la Prima Guerra Mondiale. Anche in questi video viene spiegata questa storia, davvero poco conosciuta fuori dal Trentino)

Ma noi torniamo a TAMION da Maria: non ha potuto piangere sulle fosse dei suoi figli, allora ha pianto sulla fossa di altri soldati morti, caduti durante la stessa guerra, sulle cime delle Dolomiti. Pensava alle mamme di quei soldati che provavano la sua stessa pena e andava a pregare sulle tombe di quei poveri ragazzi morti lì, senza che nessuna madre potesse piangerli sulla tomba.

1915. Il cimitero militare austro-ungarico di Vigo di Fassa, ai piedi del Santuario di Santa Giuliana

La preghiera di una mamma, Maria, tendeva un capo di un filo verso un luogo lontano e lì, forse, un’altra mamma prendeva quel filo.

Maria Depaul Weiss con la sua famiglia a Tamion nel 1933

Ho tratto le fotografie e le informazioni dal volume di GHETTA padre FRUMENZIO, Il Cimitero Militare austro-ungarico di Santa Giuliana a Vigo di Fassa, Persico Edizioni, 1995

Dò la pedies de Sen Nicolò

SORAPERRA KLAUS, RIZ MANUEL, PLANCHENSTEINER DANILO, Dò la pedies de Sen Nicolò. La tradizion a Cianacei. (Sulle tracce di San Nicolò. La tradizione a Canazei), 2013

Il libro si occupa di raccontare (in ladino e in italiano) la tradizione ladina di San Nicolò ancora diffusa a Canazei.

Guardane qui un’anticipazione.

piccola biblioteca fassana

San Nicolò e i Krampus al tempo del Covid: il Bene vince sul Male (sempre)

L'immagine può contenere: spazio all'aperto
Nonostante la pioggia e il COVID, San Nicolò ha visitato i bambini di Pozza. Lo hanno accompagnato un angelo e due Krampus. (grazie a Luca de Sass Zacchia per la fotografia)

Perché continuare a fare entrare i krampus nelle nostre case, quando ci accorgiamo che fanno davvero paura ai bambini? Perché spaventarli ancora: non bastano il Covid e le sue restrizioni che ci rendono tutti tristi? Non bastano, perchè a vincere è San Nicola, il santo capace di tenere a bada i krampus, il Male che è sempre presente nella storia dell’uomo anche se sotto diverse forme. Nel 2020 ne abbiamo scoperto una imprevedibile. Eppure San Nicola lo caccia dalle nostre case, lasciandoci speranzosi per un nuovo anno più sereno! Tra il Bene e il Male vince sempre il Bene: non scordiamocelo mai!

La tradizione della visita di San Nicolò in Val di Fassa

L’Istituto Ladino ha curato un bellissimo documentario (in ladino e in italiano), con filmati degli anni Settanta-Ottanta accostati ad altri molto più recenti: racconta la tradizione della visita di San Nicolò in Val di Fassa.

Abbiamo incominciato con una fotografia di oggi ed andiamo indietro nel tempo. A Pozza nel 2010 (con anche la messa del patrono, in cui grande spazio hanno i coscritti) , nel 2012 e l’anno scorso ; qualche anno fa a Canazei e a Campitello.

Un libro ci racconta la tradizione ancora viva oggi a Canazei: Dò la pedies de Sen Nicolò di Klaus Soraperra, Manuel Riz e Danilo Planchesteiner. Ecco la sua presentazione, con interessanti interviste ai bambini di ieri. Anche Genia Pegoretti ci narra una contia sulla visita di San Nicola.

In questo ricco e documentato post di AXIS Mundi, Matteo Maculotti ci parla della figura del Krampus nella tradizione alpina.

Chiudo con quanto succede il 4 dicembre a Vittorio Veneto (sì, lo so, sono fuori regione), tirar Bandòt par ciamar San Nicolò.

San Cristoforo da Atene a Busto

Sul muro della mia sala, c’è una piccola icona, posticcia, comprata per pochi euro in un posto meraviglioso: il monte Licabetto sopra Atene, di fronte alla chiesa di San Giorgio. Il panorama mozzafiato su tutta Atene, il sole che colora la città sotto di noi e il cielo sopra, la chiesetta di San Giorgio e un aperitivo in famiglia. Poi un venditore di icone, mi propone questa. Posso dire di no?

Santa Giuliana (di Fassa) e Sant’Antonio (di Padova) a Mazzin

Viene in Val di Fassa Zuane Forcellini, frescante agordino, nella seconda metà del Seicento. Non dimentica di essere un veneto e porta la sua tradizione pittorica ed anche devozionale, dipingendo Sant’Antonio. Intanto, però, sa di essere in Val di Fassa e allora, eccola lì, Santa Giuliana, alla destra della Madonna con il bambino!

Madonna con il Bambino, Santa Giuliana e Sant’Antonio

Zuane Forcellini, un agordino in Val di Fassa

Crocefissione a Pera di Fassa

Davvero pochissimi i resti di una Crocifissione, dipinta da Zuane Forcellini a Soal-Pera di Fassa. Qualche errore nell’utilizzo della biacca, l’azione corrosiva di acqua, gelo e vento e l’apertura di una finestra in anni remoti, in cui non si capiva il valore degli affreschi, hanno irrimediabilmente compromesso questa crocifissione, di cui rimane solo la Madonna ai piedi della croce.

Cristo crocifisso con i dolenti

Zuane Forcellini, un agordino in Val di Fassa