I luoghi di NO VE DESMENTION: Passo Carezza

Il Passo Carezza è presente in parecchie pagine di NO VE DESMENTION.

Dopo la laurea in ingegneria civile, Richard Löwy entra nel Genio militare Imperial-regio e nel 1912 viene inviato a Trento, dove svolse alcune missioni a Castel Tesino e presso i passi di Costalunga e San Pellegrino.

Fin qui la storia.

Nel mio romanzo, immagino il momento in cui Richard Löwy arriva per la prima volta al passo e rimane completamente affascinato dal luogo! Come dargli torto?

Descrivo la salita verso il passo venendo da Bolzano, attraverso la Strada delle Dolomiti (appena costruita nel 1908), passando per il lago Carezza e il Grand Hotel Carezza (luogo di vacanza dell’élite austroungarica)

1911: all’inaugurazione del Grand Hotel Carezza, in posa la banda di Moena!
(fotografia tratta da “Memorie della guerra Austro-Russa 1914. Battista Chiocchetti di Moena” – Istitut Cultural Ladin, 2002) Mostra meno

Ma un’altra cosa colpisce Richard: il nome del passo.

Karerpass è il nome sudtirolese del passo, la sua traduzione ladina Jouf de Ciareja. E questo spiega perché sotto il passo Carezza si trova il lago di Carezza. Nell’ansia fascista di italianizzare tutti i toponimi, si è partiti da un nome che veniva dall’altro versante del passo, il nome Costalunga: deriva dal pendio scosceso che porta a Moena. Eppure il passo è nel comune di Nova Levante e di Vigo di Fassa, non di Moena. Come lo chiamavano gli abitanti di Vigo? Forse la Mont da Vich (cioè il pascolo di montagna di Vigo). Se vi appassiona la questione toponomastica (a me affascina moltissimo!), leggete qui.

Certo, ho immaginato queste percezioni: ma sono quelle sensazioni che io stessa provo ogni anno quando torno in valle il 1 agosto e le stesse sensazioni che prova Lucia, la protagonista del mio romanzo.

Ma il passo torna più volte nel corso del romanzo NO VE DESMENTION, proprio per la sua grande importanza durante i due conflitti mondiali.

Nel corso della Prima guerra mondiale, il comando austroungarico si stabilisce presso il Grand Hotel Carezza e Richard lo frequenta sicuramente nella sua funzione di Tenente del Genio austroungarico a Moena.

Durante la Seconda guerra mondiale, la Wehramacht si stabilisce al Grand Hotel.

Ma il passo rientra nel mio romanzo per il racconto (romanzato) della fuga (vera) di Micel Croce da Moena nel 1944.

I luoghi di NO VE DESMENTION: Soraga

1941. Mentre Richard Löwy è a domicilio coatto a Petrella Tifernina con la moglie Johanna (mentre il cognato Hermann è a Casacalenda), Martha (la sorella di Richard) è rimasta con la madre Hedwig a Soraga. Il Micelin de Fronz e la moglie Luigia Zulian ospita le due donne a casa sua. Richard è lontano dalla valle da giugno e Hedwig è molto malata.

Ogni giorno la maestra Valeria Jellici del Garber, cara amica di Richard Löwy, percorre la strada da Moena a Soraga per portare il suo conforto alle donne. Oggi questa strada è stata proprio intitolata alla maestra Valeria.

Martha ed Hedwig scrivono ogni giorno a Richard: ma non conoscono bene l’italiano. Allora due donne di Soraga, Raimonda e Chiara, aiutano le straniere a scrivere: la censura fascista impone che non si usi altra lingua che l’italiano.

La salute di Hedwig si aggrava. Richard e Johanna chiedono più volte di tornare. Alla fine lo ottengono. Purtroppo. Arrivano a Moena in un freddo giorno di febbraio: ma ormai Hedwig è morta. Il giorno prima di morire, si fa battezzare e ancora oggi riposa nel cimitero di Soraga.

Che cosa sarebbe successo se Richard, Martha e Hermann fossero rimasti nei campi di internamento nel Sud Italia? Forse si sarebbero salvati?

Fino a qui, la storia.

Nel mio romanzo, immagino la serata del 5 gennaio del 1941. è Pesca Tofegna, l’Epifania ladina. Martha ed Hedwig prendono parte ai riti del Sciumenter e del Canto della stella. Ecco qui il capitolo del mio libro.

E sì sì. lo so… anche la bellissima conca del Fuciade è di Soraga.

Anche a Fuciade ambiento una pagina del mio romanzo. La giovane Lucia in una passeggiata scopre che la valle è stata un luogo importante della Grande Guerra. E da un giovane appassionato di storia e da una mazzetto di cartoline sul tavolo del rifugio scopre le vicende del tenente degli alpini Francesco Barbieri e di Martin Hilbe e Anton Hagen, giovani Kaiserjaeger austriaci di Dornbirm, morti sulla Costabella che domina il passo di San Pellegrino.

Costruire ponti

Un ponte è un’opera edilizia e su questo non si discute. Un ponte, in anni di guerra, è un’opera militare. E anche questo è assodato.

Ma un ponte è anche un simbolo: unisce luoghi separati, permette la comunicazione e lo scambio fra gli uomini.

Ecco il ponte che il Genio imperialregio ha costruito a Moena per attrezzare la strada che sale al Passo san Pellegrino, il passo dolomitico su cui Austroungarici e Italiani si sono scontrati tra il 1915 e il 1917 (con la disfatta di Caporetto, il fronte dolomitico venne abbandonato).

Il Genio militare austroungarico costruisce il Pont de Corves a Moena (1915). Fotografia tratta da Giorgio Jellici, Richard Löwy. Un ebreo a Moena. Dalla Grande Guerra alla Shoah, Istituto Ladino, 2008.

Comandante del Genio imperialregio era Richard Löwy. Mi piace: non solo ha costruito le trincee sul passo e sulle cime, ma anche quel ponte a Moena.

Perché Richard era uomo di pace che amava costruire (non distruggere), unire (non dividere), condividere (non tenere per sé).

Piccoli-grandi gesti di memoria

4 gennaio 1944

Richard Löwy, la moglie Johanna Liebgold, la sorella Martha e il cognato Hermann Riesenfeld vengono arrestati a Someda di Moena dove si erano rifugiati dal 1939.

Vengono arrestati perchè sono ebrei e la ‘Soluzione finale’ della questione ebraica diventa esecutiva in Italia a partire dal 1943. Nel Trentino, diventato Operationszone Alpenvorland, sono proprio i nazisti a presentarsi a casa del Tone Ninzele a Someda e ad arrestarli.

Gli abitanti di Someda e di Moena assistono sconcertati all’arresto, all’uccisione del cagnolino di Johanna, alla traduzione al carcere di Trento.

Richard Löwy non è uno qualunque: è un cittadino onorario di Moena, benefattore della valle durante la Prima Guerra Mondiale.

4 GENNAIO 2021

Anna Rosa Dellantonio (nipote dell’ultimo giusto che, insieme alla moglie Margianola Pata, nascose Richard Löwy a Someda, Tone Ninzele) esce di casa e mette un lumino davanti alla casa dove avvenne l’arresto. E Luigina Felicetti mi racconta quanto ha sentito da sua madre: Richard Löwy era una brava persona. Giovanna Chiocchetti mi scrive che anche suo padre, Mario Batesta, ha assistito all’arresto.

C’è un Male così inumano che non si può spiegare. A noi il compito di non dimenticare: grazie per i piccoli-grandi gesti di Memoria. NO VE DESMENTION: non vi dimentichiamo.

Richard Löwy: il profilo biografico

Michele e Rosina Croce, la baita ai Ronch e Löwy

La fotografia è tratta da Me recorde che… e se volede ve conte, a cura del Grop Ladin, 2012

Nelle sue memorie biografiche Michele Croce scrive:

Mi pare ancora di vedere la maestra Parolota che correva avanti e indietro, tutta agitata, per mettere al sicuro i Löwy, una famiglia ebrea che abitava presso la casa del Buro. Inizialmente si rifugiarono nella nostra baita a Ronchi, che però era piuttosto malridotta e senza fonti d’acqua vicine. Se non sbaglio in seguito andarono a stare a Soraga dopodiché, povera gente, furono catturati dai tedeschi e deportati nei campi di concentramento. Non si sa che fine abbiano fatto quei poveri disgraziati.

La baita Croce (come si presenta oggi)

Insieme alla zia Rosina, è stato anche lui uno dei giusti della Val di Fassa.

Rosina è citata come amica di Richard Löwy già in una lettera del 1941 e fu vicino ai quattro fino alla fine.

Käthe Perlberg e i ‘giusti’ di Civezzano

Anche i cittadini di Garzano di Civezzano, presso Pergine Valsugana, ebbero il loro Richard Löwy.

La famiglia Caliò (formata da Bernardo, violinista, Käthe Perlberg nata a Vienna da una famiglia borghese ebraica e la figlioletta Anna) si presenta come sfollata da Torino e trova, dal 1940 al 1946, residenza appartata e sicura a Garzano di Civezzano. Qui gli abitanti del paese li aiutano. Nasce la seconda figlia Tea nel 1943: chi si reca a trovare la famiglia Caliò, trova la piccola Tea adagiata nel fondo di una valigia che le fa da culla. Probabilmente in paese si sa che Käthe è ebrea, ma nessuno rompe il silenzio e il podestà Lazzari non segnala alle autorità naziste (che governano direttamente il Trentino dal 1943) alcuna presenza ebraica. Così si salvano.
Nel 2014 Eva torna a Civezzano, per ringraziare quei giusti sconosciuti ai più che salvarono lei e la sua famiglia.

Eva Caliò a Civezzano (immagine tratta da https://www.giornaletrentino.it/cronaca/pergine/la-storia-di-k%C3%A4the-perlberg-per-non-dimenticare-1.1516362)

Nel 2018 è stata posta una lapide sulla casa in cui sono stati nascosti.

In questa casa trovò rifugio dal 1940 al 1946 Käthe Perlberg con la sua famiglia, protetta e aiutata dagli abitanti della frazione; si salvò dalla furia nazista. Per non dimenticare. Il Comune di Civezzano 2018

Anche questa storia è stata raccontata da Maria Luisa Crosina nel suo libro Le storie ritrovate. Ebrei nella provincia di Trento 1938-1945.

Non fu possibile questo per i Löwy-Riesenfeld, nonostante tutti i tentativi degli amici fassani: arrivarono in valle già schedati, tanto che finirono nei campi di internamento del Sud Italia già nel 1940. La loro presenza era conosciuta alle autorità: forse Richard si sentiva al sicuro (e per questo continuò a scrivere alle autorità) anche per i meriti di guerra (come Arturo Cassin, poi rastrellato ad Arco) e per quella cittadinanza onoraria. Forse ci fu anche una delazione (almeno così dicono in paese).

Ultimi istanti di vita di quattro ebrei rifugiati a Moena

1944: Come sono morti i quattro ebrei rifugiati a Moena, Richard Löwy, Johanna Liebgold, Martha Löwy e Hermann Riesenfeld?

A Moena circolarono molte voci (tra cui quella che li vede uccisi presso il Lago Maggiore –testimonianza di Tinotto Mazza-).

Sia Maria Lusia Crosina (nel suo lavoro sugli Ebrei residenti in Trentino) sia Giorgio Jellici (nella sua biografia di Richard Löwy) riportano la data del trasferimento da Trento a Fossoli il 17 febbraio 1944. Anche Mario Piccolin, nella sua intervista rilasciata il 13 settembre 2003 a Maria Piccolin, ci attesta il traferimento a Fossoli dei quattro.

La Crosina e lo Jellici ci segnalano poi la data della deportazione ad Auschwitz: 22 febbraio 1944. Il convoglio è il numero 08 (lo stesso di Primo Levi).

Conferma definitiva si può trovare nel libro di Liliana Picciotto, Il libro della memoria e nel sito nomi della Shoah. Liliana Picciotto è la massima esperta di Shoah in Italia; ha ricostruito tramite la documentazione del CDEC e testimoni diretti (i pochi sopravvissuti) i convogli che partirono per Auschwitz e riporta queste indicazioni per i nostri quattro. Notare che nei documenti i nostri quattro appaiono con i nomi italianizzati.

Solo per Hermann, dunque, sussiste qualche dubbio sulla deportazione ad Auschwitz. Che sia morto durante il trasferimento a Fossoli? Per ora di questo nulla si sa.

I quattro ebrei ‘moenesii’ sono giunti ad Auschwitz o sono morti durante il viaggio?

Sia Giacomino Ganz (che riporta le parole della sorella Maddalena, amica dei Löwy) sia Maria Felicetti (anche lei amica dei Löwy) parlano di un veleno che Johanna, di professione farmacista, avrebbe nascosto in un anello. Il proposito era quello di utilizzarlo durante la deportazione. Sarà avvenuto questo? Non lo sappiamo.

Certamente nessuno dei quattro risulta negli elenchi di Auschwitz e dunque, se arrivarono ad Auschwitz, vennero probabilmente gasati all’arrivo.

Una fine, in ogni caso, terribile ed ingiusta.

da sinistra: il daziere Pelin, la maestra Valeria Jellici, Johanna Liebgold Löwy, Richard Löwy, Martha Löwy Riesenfeld, Hermann Riesenfeld

Il libro della memoria

 Dal sito lilianapicciotto.it
Liliana Picciotto è nata nel 1947 al Cairo d’Egitto da antica famiglia sefardita di origini siriane di Aleppo.Un anno dopo la nascita, a causa dei rivolgimenti politici in Egitto, la sua famiglia si trasferì in Italia, da dove era partita nel 1936 quando il fascismo era stato all’apice della sua affermazione.E’ cresciuta a Milano, dove si è laureata in Scienze Politiche e dove ha sempre vissuto.E’ da sempre impegnata negli studi sull’ebraismo, sia laico, sia religioso.E’ appassionata di arte contemporanea, di letteratura, di cinema di qualità, di musica operistica, di sci, di design dell’interno.Nel 1972 è nata la sua prima figlia, Letizia; poi, nel 1976, Jeremy; nel 1981, Sara e nel 1986 Jonathan. A Gerusalemme vivono sei dei suoi otto magnifici nipotini: Nethanel, Giulia, Shanì, Ariel, Joshua, Gabriel, Nicole, Benjamin.
Dal 1969 lavora presso il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano (CDEC), avendo ricoperto varie mansioni, da bibliotecaria a conservatrice di archivio, da ricercatrice a storica.
Dal 1986 è responsabile del progetto di ricostruzione dei nomi degli ebrei arrestati in Italia durante l’occupazione tedesca e la Repubblica di Salò (1943-1945) pubblicato  con il titolo Il libro della memoria e nel sito nomidellashoah.
Per ritrovare i nomi, ha messo in atto una lunga ricerca in archivi pubblici e privati, peregrinando tra Italia, Polonia, Israele, alla ricerca di ogni più piccola traccia degli scomparsi. Con permesso speciale del Ministero della Giustizia, ebbe accesso ai registri matricola di molte carceri italiane, poté sondare gli archivi di stato periferici, gli archivi dei piccoli comuni, ascoltò migliaia di testimoni, registrò circostanze, nomi di luoghi, date utili, si fece dire i numeri di matricola tatuati sui bracci. Nell’archivio dell’ex campo di Auschwitz consultò tutti i documenti superstiti (non bruciati dai tedeschi in ritirata) relativi all’Italia. Nel 1985, poté consultare, prima italiana in assoluto, nell’archivio di Yad Vashem, i microfilm delle carte dell’International Tracing Service, attualmente conservate dalla Croce Rossa internazionale a Bad Arolsen e aperte al pubblico solo nel 2008.Questa ricerca, continuamente aggiornata con nuovi nomi e nuovi dati, è sfociata nel 1991 nella pubblicazione della lista degli ebrei deportati dall’Italia sotto il nome di Il libro della memoria (Mursia, IIIa edizione 2002. E’ prevista una nuova edizione riveduta).
Il secondo importante progetto da lei diretto, avente per titolo “Memoria della salvezza”, ha come obiettivo di ricostruire le strategie usate dalle famiglie ebree per trovare una via della salvezza dalla “caccia all’ebreo” messa in atto dalle polizie tedesche e italiane tra il 1943 e il 1945 e la parallela reazione della società civile di fronte alla medesima emergenza Shoah.Autrice di documentari e CD Rom, ha partecipato, con suoi contributi a centinaia di convegni storici in Italia e all’estero e decine ne ha organizzati in prima persona. Ha prestato la propria consulenza scientifica per mostre e film.Ha presentato serate con Elie Wiesel (premio Nobel per la pace); Leo Valiani (senatore a vita e padre della patria); Simon Wiesenthal (il cacciatore di nazisti morto di recente); Gorgio Perlasca (soccorritore di migliaia di ebrei a Budapest).E’ stata ricevuta per la sua opera, in visita privata, dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, dall’allora Presidente del Senato Giovanni Spadolini; dall’allora Presidente dello Stato d’Israele Haim Herzog; dall’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, dal Presidente della Camera Gianfranco Fini.Il volume da lei curato, assieme a Israel Gutman e Bracha Rivlin, I Giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei (Mondadori-Yad Vashem 2005 e 2006), è stato presentato dall’allora Ministro degli Esteri Gianfranco Fini alla Farnesina.Nel novembre del 2006 è stata Guest professor per un seminario sulla Shoah in Italia all’Appalachian State University nel North Carolina.Nel novembre del 2007 è stata invitata a presentare il film Memoria a Great Barrington nel New England presso il Simon’s Rock College of Bard, a tenere un seminario al Center for Holocaust and Genocide Studies della Clark University di Rochester, diretto da Deborah Dwork, oltreché presentare il lavoro sui Giusti fra le Nazioni al Center for Jewish Studies di New York.E’ stata speaker ufficiale, come storica accreditata, alla Giornata della memoria 2008 organizzata al Quirinale dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Ha pubblicato nel 2010 l’importante opera L’alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli 1943-1944 (Mondadori).Nel 2017 ha pubblicato il libro Salvarsi, Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah 1943-1945, Einaudi, frutto della ricerca “Memoria della salvezza”.Ha ricevuto vari premi e riconoscimenti.Iscrizione al Libro d’oro del Keren Kayemeth Leisrael, Milano 1991Premio San Camillo, Napoli 1992Premio speciale Acqui Storia, Acqui 1992Menzione speciale Premio Viareggio, Viareggio 1993Targa speciale XXI premio Internazionale Efebo d’Oro, Agrigento 1999International Prize della Comunità europea per il miglior prodotto culturale innovativo del 2000 (CD Rom: Destinazione Auschwitz)Oltre che responsabile di ricerca presso la Fondazione CDEC, Liliana Picciotto fa parte del comitato di redazione della rivista “La Rassegna mensile di Israel” e del comitato scientifico della rivista “Quest”. 

Ing. Löwy, bravissimo e sfortunatissimo uomo

Valentino Chiocchetti (Tinotto del Maza), importante politico intellettuale trentino (nato a Moena, operò soprattutto a Rovereto) scrive nel 1968 (e rivede nel 1979) una memoria autobiografica Le orme del mio passaggio, pubblicata a cura di Elena Viola nei Quaderni di archivio trentino.

Fra le altre interessanti notizie, parla anche di Richard Löwy.

Scrive che

era un bel giovane elegantissimo, ammirato da tutte le signorine. Aiutava molto i miei compaesani. Poiché quasi tutti gli uomini erano alle armi, egli, richiesto, mandava i soldati del Genio Militare a lavorare i campi e a compiere altri lavori. Era molto benvoluto dalla popolazione e per questo l’Amministrazione Comunale, prima che egli lasciasse il paese, gli diede la cittadinanza onoraria.

Cittadinanza onoraria concessa a Richard Löwy

Racconta, poi, quanto successo durante la persecuzione degli Ebrei in Germania e nell’Austria annessa:

L’ing. Löwy che era di Vienna, essendosi ricordato di quella cittadinanza onoraria, ritornò a Moena con la moglie, sua sorella e il marito di questa. La popolazione, che ancora ricordava, li trattò bene e dette loro aiuti e cara ospitalità. […]

Tuttavia la Banda Carità, che aveva i suoi tentacoli dappertutto, li scoprì ugualmente; furono arrestati e condotti via dai soldati delle SS. Avevano un cagnolino. Al momento dell’arresto uno di quelli aguzzini uccise con una rivoltellata A quella vista l’ing. Löwy esclamò: Questa sarà anche la nostra sorte.

Riporta una delle dicerie che circolavano in Moena sulla morte di Richard, ma non confermata dalle ultime ricerche (fu deportato ad Auschwitz):

Invece, pare che con altri ebrei anch’essi siano stati gettati, con una pietra al collo, nel Lago Maggiore. Non so se prima o dopo una fucilazione.

Il Löwy ha fatto di tutto…

Nella sua testimonianza raccolta dal Grop Ladin de Moena, suor Maddalena Chiocchetti (Nenola del Maza) così scrive a proposito di Richard Löwy:

Nenola Maza con i fratelli e una sorella (in primo piano Valentino e Simone)

El capo l’era el Loewy e i aveva jà scomenzà a enjegnar le forteze sun Mont, percheche i spetava la dichiarazion de guera ence da l’Italia, che la se aeva tirà fora da la Triplice. E coshì i aveva metù ensema i Stonc’. Ence mio pare i l’à chiamà int. El Loewy, che l’era el tenente enzenier, l’à fat de dut percheche chi da Moena i podesse restar alò entorn, mashimo chi che i era tropes en familia.

Il capo (dei primi soldati che si videro a Moena) era il Löwy e aveva già incominciato a costruire opere di difesa sul Lusia, perché ci si aspettava la dichiarazione di guerra anche dall’Italia, che si era tirata fuori dalla Triplice alleanza.

Baracche degli Stonc a Fango

E così aveva radunato gli Stonc (gli Standschutzen, formati dai cittadini fuori dalla leva -con meno di 18 anni e con più di 42 anni-, deputati, secondo l’uso tirolese, alla difesa del territorio). Anche mio padre (Giacomo Stetto Chiocchetti Maza) è stato arruolato.

Stonc fassani a Ora

Il Löwy, che era il tenente ingegnere, ha fatto di tutto perché quelli di Moena potessero rimanere in paese, soprattutto quelli che avevano una famiglia numerosa.

Richard Löwy durante la guerra

(testimonianza e fotografie tratte dal numero del Grop Ladin de Moena, Recorc: dolores e speranze CHIOCCHETTI MADDALENA DEL MAZA 1990/5 Numer spezial: 5)