Legni da burro (collezione Fuciade)

VALENTINOTTI DANILO, Legni da Burro. Marche, Decori e Stampi. Collezione Fuciade, Trento 2014

Al Rifugio Fuciade, a passo San Pellegrino, nel territorio di Soraga, il gestore Sergio Rossi ha una collezione di legni da burro. Danilo Valentinotti li ha studiati e catalogati. Le fotografie di tutto questo materiale etnografico sono confluite in un bellissimo volume delle edizioni Priuli e Verlucca, insieme a una ricca parte introduttiva sulla burrificazione e sulla sua importanza nell’economia silvo-pastorale della Val di Fassa prima degli anni Sessanta. DA LEGGERE E SFOGLIARE!

piccola biblioteca fassana

Smauz (=Sua Maestà il Burro)

Il burro è sempre stato molto prezioso nella tradizione economica silvo-pastorale della montagna.

Prodotto in casa in Val di Fassa fino agli anni ’60, permetteva alle famiglie dei contadini di avere non solo una riserva proteica per tutto l’anno e un unguento dalle proprietà medicinali, ma anche di guadagnare, con la sua vendita, qualche soldo per rimpinguare le misere casse familiari.

Per produrre il burro, occorreva lasciare il latte munto la sera nelle bacinelle di affioramento. La panna affiorata veniva raccolta. Quando si arrivava a una decina di litri di panna, la si sbatteva nella zangola, la pegna. Si otteneva una pasta giallastra che veniva prima separata dal latticello, poi confezionata in panetti (ci volevano circa 30 litri di latte per produrre 4 o 5 litri di panna e 1 kg di burro). Questo burro fresco durava fino a quindici giorni. Se lo si voleva conservare più a lungo, veniva cotto e, raffreddato, durava anche mesi. Quando il burro veniva messo in vendita, veniva marchiato con sigilli.

Tutti i legni utilizzati per questo processo erano decorati: le marche a sigillo, le sagome da decori e gli stampi a ciotola o a cassetta. Perchè?

Molte le ragioni che fecero nascere e diffondere i decori: in primis ragioni di tipo religioso, scaramantico e propiziatorio. In Val di Fassa, diffusa era la convinzione che le streghe potessero danneggiare la produzione del burro impedendo il funzionamento della zangola o la conservazione dell’alimento. Per questo sulle zangole e sui legni da burro sono presenti spesso monogrammi sacri, croci, motivi stellati, ma anche decori floreali e zoomorfi (molto raffigurate le vacche).

Anche motivi di tipo economico spiegavano la pratica della decorazione: un burro decorato era più appetibile sul mercato, anche perché risultava un prodotto tracciabile (i sigilli riportavano spesso le iniziali dei produttori).

E, infine, una ragione tipicamente ladina: abbellire per abbellire. Perché il tempo di riposo non venga sprecato. Perché ciò che è bello ti permette di vivere meglio.

Per averne una riprova, non avete che da fare una passeggiata al Rifugio Fuciade: nel cuore del Passo San Pellegrino, nel territorio di Soraga, il gestore Aldo Rossi ha raccolto una straordinaria collezione di legni da burro. Il La valle del Fuciade è un paradiso di per sè: la collezione è solo un motivo in più per visitarla.

Danilo Valentinotti ha studiato la collezione e curato il volume che raccoglie fotografie dei manufatti, edito da Priuli e Verlucca nel 2014. Da questo testo è tratta l’immagine qui di seguito.

Sagoma da decoro del burro risalente alla fine dell’Ottocento. Sulla parete laterale del burro, rimangono impressi simboli vari, fra cui sono riconoscibili crocifissi, monogrammi cristologici, una galletto, un Sacro Cuore ed altri simboli. Sul decoro centrale, è riprodotta una scena di produzione del burro: una contadina lavora alla zangola verticale e un contadino attende la ‘menada’, il panetto lavorato, con paletta e stampi.

Ascoltando il silenzio…

Ascoltando il silenzio dei capitelli della Val di Fassa . Scutan l chiet… di Capitìe de Fascia, Associazione circolo Valentino Rovisi di Moena, 2006

Impossibile trovare un titolo più evocativo di quello che i curatori del Circolo Rovisi di Moena hanno scelto per questo bel libro-catalogo sui capitelli di Fassa.

Una introduzione chiara spiega storia, significato e valore artistico dei Capitelli e poi ci sono tutti i capitelli di Fassa, dai più antichi (come il capitello di Santa Giuliana a Vigo) ai più attuali (come l’ultimo costruito, quello in memoria di Tita Detomas a Soraga). dai più semplici (come il capitello della Madonna dell’Aiuto a Moena Navalge) ai più elaborati.

Le storie ritrovate

CROSINA MARIA LUSIA, Le storie ritrovate: ebrei nella provincia di Trento, 1938-1945, Trento 1995

Un libro che dà voce e raccoglie testimonianze di ebrei presenti in Trentino tra il 1938 e il 1945. Si tratta di racconti orali e scritti, di lettere conservate come reliquie, documenti giacenti silenziosi negli archivi da più di cinquant’anni, sentimenti, immagini, impressioni presenti nel gran libro della memoria. Storie diverse ma con un unico drammatico comun denominatore: l’essere ebrei sotto il regime nazista. Per non disperdere le parole dei vivi e per rendere ai morti un filo di voce.

Fra le storie ritrovate:

La disputa delle calze (sì, sì, proprio delle calze…)

1909: di che colore devono essere le calze della divisa della banda di Moena? Non vi interessa? Fate molto male. Perchè, invece, la storia è molto interessante. Calze bianche alla tirolese o calze azzurro scuro alla veneziana?

A Moena sono gli anni dei nazionalismi e anche nella banda, fra i moltissimi sostenitori dell’appartenenza al mondo tirolese (e dunque austroungarico), c’è anche qualche iscritto alla Lega nazionale. E quindi la questione diventa politica.

A spuntarla sono i filoitaliani, pochi in valle, ma tra loro c’è anche il maestro della banda di Moena, Bepo Caiosta (Giuseppe Volcan). E così i moenesi indossano una divisa diversa da quella delle altre bande dell’Impero.

A ben vedere, non è solo questione di calze, però: anche il cappello e i pantaloni, nonché il corpetto, rivelano che i suonatori hanno in mente un modello diverso da quello più diffuso in Tirolo, un modello, potremmo dire, ladino.

E quindi, anche se meno austricanti delle altre, queste uniformi spariranno sotto il fascismo, quando si imporrà la politica di italianizzazione forzata (che vede i Ladini come una macchia grigia da cancellare).

Bisognerà aspettare il 1958 perché la banda possa indossare ancora la sua bella divisa ladina (con calze rigorosamente azzurro-blu).

Informazioni e fotografie sono tratte dal bellissimo volume PICCOLIN MARIA – RASOM SABRINA, Banda musicale di Moena – Musega de Moena, Moena 2004, in cui, in occasione dei 150 anni della banda, viene ripercorsa la sua straordinaria storia. In un libro davvero ben documentato, trovate il racconto di un lunga storia con tanti aneddoti curiosi.

150 anni di musica (e storia) a Moena

PICCOLIN MARIA – RASOM SABRINA, Banda musicale di Moena – Musega de Moena, Moena 2004

Bellissimo il volume di PICCOLIN MARIA – RASOM SABRINA, Banda musicale di Moena – Musega de Moena, Moena 2004: in occasione dei 150 anni della banda, viene ripercorsa la sua straordinaria storia.

In un libro davvero ben documentato, trovate il racconto di un lunga storia con tanti aneddoti curiosi.

  • 1854-1914 Un inizio sfolgorante
  • 1919 1945 Anni difficili
  • La seconda rinascita

è la storia della banda, certo, ma è anche la storia di Moena!

piccola biblioteca fassana

Quelle croci mi parlavano di vita e di morte

GHETTA padre FRUMENZIO, Il Cimitero militare austro-ungarico di Santa Giuliana a Vigo di Fassa, Persico edizioni, 1995

Padre Frumenzio Ghetta racconta la storia del Cimitero militare a Santa Giuliana a Vigo.

Dopo aver presentato la situazione della valle durante la Prima guerra mondiale, racconta come è nato ed è stato costruito il cimitero militare che ha raccolto i poveri resti di 663 soldati austro-ungarici caduti sul fronte italiano fra il 1915 d il 1917 (quando il fronte venne abbandonato, dopo Caporetto).

Il libro (in italiano e in tedesco) contiene i documenti del faldone Cimitero militare del Comune di Vigo di Fassa; particolarmente interessante è l’elenco dei nomi dei caduti, con indicazione dei dati biografici essenziali.

Tra i capitoli, veramente toccante e struggente è quello intitolato “Le due madri vedove di Tamion”, dedicato a due donne di Tamion che hanno perso due figli durante la Guerra: una delle due è la nonna di padre Frumenzio.

piccola biblioteca fassana

Ma le Dolomiti sono davvero solo bambole di pietra?

Paolo Martini, Bambole di pietra. La leggenda delle Dolomiti, Neri Pozza editore 2018

Paolo Martini ha intitolato il suo pamphlet contro il turismo e contro i miti falsati delle Dolomiti ‘Bambole di pietra. La leggenda delle Dolomiti’. L’immagine è tratta da una leggenda del Latemar, già trascritta da Wolff. Una pastorella di nome Ménega trova un coltello nel bosco e lo restituisce al suo legittimo proprietario, uno strano vecchio che le promette una ricompensa speciale: delle bellissime bambole vestite di seta. Ma la leggenda non ha un lieto fine: una donna istilla in Ménega il seme dell’avidità e la pastorella impara a memoria una filastrocca che le permetterà di impossessarsi di tutte le ricchezze del vecchio. Il giorno dopo, ecco comparire delle enormi bambole vestite di seta; Ménega pronuncia la formula magica

Pope de preda/con strazze de seda/ste lì a vardàr/el Latemar

La processione di bambole vestite di seta si trasformano allora in bambole di pietra, i Campanili del Latemar che ancora oggi, ogni sera, vestono le loro coloratissime vesti.

Le leggenda viene scelta dall’autore per il suo significato profondo simbolico: che cosa succede quando l’avidità arriva in montagna? Succede che la montagna viene stravolta, diventa solo un oggetto da sfruttare. Montagne, storia, tradizioni, lingua e cultura diventano solo strumenti per incrementare gli affari, anche a costo di rovinare l’ambiente con impianti di risalita ovunque e con un innevamento artificiale profondamente anti-ecologico e non sostenibile.

Posso ammettere che la montagna sia anche questo (e lo sa bene chi, come me, frequenta la montagna da decenni), ma la montagna non è solo questo. Perché, secondo me, Paolo Martini dimentica di analizzare anche lo scenario alternativo: o turismo o spopolamento della montagna. O turismo o fame e emigrazione.

E non sono nemmeno del tutto d’accordo con il fatto che non ci sia da parte dei Ladini il tentativo di recuperare la propria cultura per sé e non solo a fine turistico. Ecco perché non mi sono piaciute le pagine del libro sui Musei della valle, che secondo me sono un presidio di cultura, come tutti i Musei nel mondo, non un altro strumento di espansione turistica.

Discorso simile anche per il senso di appartenenza del mondo ladino: mi sembra che nel libro di Martini la questione della germanizzazione novecentesca sia un po’ troppo spinta e che l’autore sottovaluti lo spirito di vicinanza al mondo tirolese che è ancora evidente oggi nelle vallate dolomitiche.

Vale comunque la pena di leggere questo libro: presenta davvero molte informazioni interessanti, mantiene la forza polemica del pamphlet dalla prima all’ultima pagina e fa riflettere su come la monocultura del turismo (soprattutto invernale) rischi di distruggere ancora per avidità le bellissime bambole di pietra che dall’alto ci guardano.

Le Montagne del Destino

PELLEGRINON BEPI, Le Montagne del Destino 1915-1917. In prima linea nella Grande Guerra sul fronte fra Fassa Fiemme e Biois, Nuovi Sentieri editori 1993

Bepi Pellegrinon, nell’introduzione al suo album fotografico, racconta che Arturo Andreoletti, ufficiale degli Alpini nella zona San Pellegrino – Marmolada. gli lasciò in eredità il suo archivio fotografico alpinistico-militare.

Il tenente Arturo Andreoletti prova la mitragliatrice a Forcella dll’Alpino (3 febbriao 1916)

La pubblicazione delle immagini (tante e belle) dell’archivio si accompagna con alcune schede di approfondimento sugli eventi che si sono svolti nella Valle del Biois:

questo volume non ha l’intenzione di compiere un’approfondita analisi del grande conflitto, ma vuole solo essere un documento per arricchire ulteriormente la conoscenza degli eventi bellici del fronte di val Biois nel modo più esauriente e completo possibile

pag.10

piccola biblioteca fassana

Quel giorno in cui su Moena passarono 400 aerei americani…

Racconta Michele Croce, nelle sue belle memorie autobiografiche (DA LEGGERE!), la vita di un moenese fra gli anni Trenta e Cinquanta. Molti riguardano il periodo della Seconda Guerra Mondiale.

Il 20 luglio del 1944 Michele ha 16 anni e sta tagliando la legna per la zia Rosina, quando incomincia a vedere passare gli aerei americani che vanno a bombardare la Germania. Non è la prima volta che succede: una volta un aereo in avaria sgancia addirittura alcune bombe sul Sas de Ciamp, su passo Carezza, sulla Roda de Vael e su Soraga. Ma quando Michele vede passare tanti e tanti aerei, incomincia a contarli. Arriva a quota 400!

La cosa lo colpisce tanto che ha un’idea: un’incisione sulla porta del tabià.

20/07/44 – sono passati 400 aerei inglesi

400 aerei passano su Moena

Ma c’è ancora un altro particolare che rende quella porta davvero interessante: altre iscrizioni fatte dai prigionieri bosniaci durante la guerra del 1914-1918.

iscrizioni risalenti alla Prima guerra mondiale

E così una porta diventa la testimonianza di due momenti terribili della storia del Novecento.

E forse ci ricorda che dobbiamo essere lieti dei 75 anni senza guerre mondiali che abbiamo vissuto fra il 1945 e oggi e impegnarci ancora più a fondo per custodire la pace e la collaborazione fra i popoli.