Al nostro caro compagno Josef Prämstaller

Prima guerra mondiale: Josef Prämstaller, guida alpina di Sarentino, viene chiamato a combattere contro l’Italia sul fronte dolomitico, sulla Costabella al passo San Pellegrino. Perde la vita sulla Costabella nella notte fra il 1 e 2 aprile 1916.

Il tenente Leo Handl gli costruisce un monumento in Val San Nicolò, proprio davanti alla baita in cui vivono gli ufficiali dell’esercito austroungarico. In Val San Nicolò, infatti, sono posizionate le truppe al servizio del settore Costabella (attraverso un sistema di teleferiche) e del settore della Marmolada (attraverso il passo San Nicolò).

Leo Handl si trasferirà nel 1916 sulla Marmolada, nella città di ghiaccio che lui stesso ha progettato.

Ringrazio Lorenzo Baldini del bel sito fassafront che mi ha postato l’annuncio di morte di Josef.

Quelle croci mi parlavano di vita e di morte

GHETTA padre FRUMENZIO, Il Cimitero militare austro-ungarico di Santa Giuliana a Vigo di Fassa, Persico edizioni, 1995

Padre Frumenzio Ghetta racconta la storia del Cimitero militare a Santa Giuliana a Vigo.

Dopo aver presentato la situazione della valle durante la Prima guerra mondiale, racconta come è nato ed è stato costruito il cimitero militare che ha raccolto i poveri resti di 663 soldati austro-ungarici caduti sul fronte italiano fra il 1915 d il 1917 (quando il fronte venne abbandonato, dopo Caporetto).

Il libro (in italiano e in tedesco) contiene i documenti del faldone Cimitero militare del Comune di Vigo di Fassa; particolarmente interessante è l’elenco dei nomi dei caduti, con indicazione dei dati biografici essenziali.

Tra i capitoli, veramente toccante e struggente è quello intitolato “Le due madri vedove di Tamion”, dedicato a due donne di Tamion che hanno perso due figli durante la Guerra: una delle due è la nonna di padre Frumenzio.

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Messe sui fronti

Chissà quali pensieri passano nella mente dei soldati (quelli col la testa fasciata, quelli con il male più grande dentro la testa…). L’altare rivolto alla montagna, perché Dio si cerca sempre in alto… Speranze, gioie, dolori, sofferenze, fame, paura, freddo…. “Signore, aiutami! Signore, proteggimi!”.

E l’assurdità: due messe, a pochi chilometri di distanza (una al Passo Valles, per la Brigata Tevere; l’altra forse presso il Passo Rolle, per le truppe austroungariche), lo stesso Signore, due eserciti che cercano di annientarsi…

(fotografie tratte dal libro di Bepi Pellegrinon, Le Montagne del Destino, Nuovi Sentieri editori 1993)

Le Montagne del Destino

PELLEGRINON BEPI, Le Montagne del Destino 1915-1917. In prima linea nella Grande Guerra sul fronte fra Fassa Fiemme e Biois, Nuovi Sentieri editori 1993

Bepi Pellegrinon, nell’introduzione al suo album fotografico, racconta che Arturo Andreoletti, ufficiale degli Alpini nella zona San Pellegrino – Marmolada. gli lasciò in eredità il suo archivio fotografico alpinistico-militare.

Il tenente Arturo Andreoletti prova la mitragliatrice a Forcella dll’Alpino (3 febbriao 1916)

La pubblicazione delle immagini (tante e belle) dell’archivio si accompagna con alcune schede di approfondimento sugli eventi che si sono svolti nella Valle del Biois:

questo volume non ha l’intenzione di compiere un’approfondita analisi del grande conflitto, ma vuole solo essere un documento per arricchire ulteriormente la conoscenza degli eventi bellici del fronte di val Biois nel modo più esauriente e completo possibile

pag.10

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Vigilio Croce Fantonel: Moena, Russia e ritorno

Cominciamo la storia dal dopo: 1948 a Moena una bella statua di ghiaccio rappresentante un ‘Prigioniero russo’ sta in mezzo a Piazza Ramon.

Sono stati gli alunni della Scuola d’Arte di Pozza a scolpirla per accogliere i reduci dalla Campagna di Russia. No, non la tremenda Campagna di Russia del 1941, ma la guerra austro-russa della Prima guerra mondiale.

La statua del prigioniero russo in piazza Ramon nell’inverno del 1948

Organizzatore del raduno è Vigilio Croce Fantinel (classe 1887): lui è stato in prima linea e poi in prigione a lungo in Russia.

Vigilio Croce Fantonel nel 1916

Partito come soldato nell’Esercito Austroungarico allo scoppio della guerra, combattè presso Leopoli e venne preso prigioniero. Spostato da Kiev a Cracov e a Tambov, giunse infine nel campo di prigionia di Kirsanov.

Cartolina postata da Domenico Croce a suo fratello Vigilio, prigioniero in Russa il 27 gennaio 1916

Che cosa fare di questi prigionieri? Erano austroungarici, ma di lingua italiana e le loro terre erano oggetto di rivendicazioni italiane (e l’Italia, dal 24 maggio 1915, era parte in campo). Quasi nessun fassano aveva simpatie filoitaliane, certo, ma il Trentino sarebbe diventato italiano, se l’Italia avesse vinto. Quegli uomini erano contemporaneamente amici e nemici. Futuri italiani, forse, quindi alleati dei Russi, ma intanto soldati prigionieri austroungarici, nemici. Come fare?

Una contessa organizzò il rientro dei prigionieri trentini: si chiamava Gemma di Gresti Guerrieri Gonzaga.

Il viaggio di ritorno fu assai avventuroso.

Il 13 agosto 1916 salirono su un treno che li portò sul Mar Bianco ad Arcangelo: durante la lunghissima traversata, giunse la notizia che il bastimento inglese che doveva portarli a casa era in avaria.

Esito diverso ebbe il trasporto del 14 settembre 1916. Ecco le tappe avventurose del viaggio:

  • in treno fino a Arcangelo
  • in bastimento: Capo Nord, isole Faer Oer, Glasgow, Oxford, Southampton, Dover, Calais
  • in treno: Lione, Chambery, Modane e Torino

Incredibile, vero? 8000 chilometri!!!

A Torino Vigilio lavorò come orologiaio e tornò a Moena nel Natale del 1918.

Trent’anni dopo, il ritrovo degli ex prigionieri a Moena.

La famiglia di Vigilio Croce Fantonel e di Pia Romanese con i figli Michele, Pino, Mario e Carlo

Fotografie ed informazioni sono tratte dalle memorie biografiche di Michele Croce “Me recorde che… e se volede ve conte” a cura del Grop Ladin da Moena, 2012: pagine interessantissime, piene zeppe di aneddoti della lunga vita di Michele Croce. Grazie a Massimo Croce che mi ha regalato questo libro!

Libro di guerra di Giacomo Sommavilla: Hofer il Tiroler

Libro di guerra di Giacomo Sommavilla, in Scritture di guerra 6, Simone Chiocchetti, Vigilio Iellico, Giacomo Sommavilla, Albino Soratroi, a cura di Luciana Palla, Museo Storico di Trento, Museo storco italiano della guerra, Rovereto, 1997

Ha già 36 anni quando viene chiamato in guerra, il 1 agosto 1914; è contento di partire? No di certo. Non se lo aspetta. Eppure, scrive Giacomo nel suo Libro di Guerra:

Siamo alla vigilia della partenza! Dovremo partire e per dove? Per un paese per ognuno sconosciuto, che nessuno sapeva descriverci nè il clima ne il terreno, non i costumi nè la temperatura ne il temperamento o condizioni degli abitatori e per di più nessuno sapeva quella lingua. E perché partire? Perché un sacro dovere ce lo imponeva, avevammo giurato in nome di Dio che saremmo stati ubbidienti ad ogni ordine dei superiori e questi ora ci comandavano di portarci colà onde combattere il nemico invadente le nostre terre e perciò conoscendo in questo gli ordini del Supremo comandante tutti docili aspettammo l’ora della partenza.

pagg. 16-17

Scrive le 105 pagine di quaderno del suo diario, appena uscito dall’esperienza di guerra, durante la convalescenza in ospedale, in Boemia.

Racconta il giorno della partenza, il lungo viaggio verso la Galizia, le prime impressioni, i primi combattimenti nella tremenda battaglia di Leopoli.

La ricostruzione del percorso di Giacomo Sommavilla. La fotografia è tratta da Mondo Ladino 39, 2015.

Non si rappresenta come un eroe: racconta di tremare per la debolezza, di aver paura di morire, di essere stato costretto con la rivoltella ad un’azione quasi suicida, esulta al comando di fuggire e di abbandonare una posizione pericolosissima. Ma racconta anche con semplicità di aver salvato un certo Simonazzi della Val di Cembra, trasportandolo ferito per ben 20 minuti esposti al fuocco nemico. Non descrive, cioè, la guerra della propaganda, ma la guerra vera.

La paura di morire è un tutt’uno con una fame ed una sete atroci, che accompagnano Giacomo per tutti i giorni dei combattimenti.

Durante la ritirata, osserva anche le persone che sono costrette a lasciare le case e riceve anche del cibo da questi poveri fuggiaschi. Si trova a passare in un luogo in cui si è combattuta un’accanita battaglia.

il terreno sopra il quale si marciava era seminato di cadaveri, quei volti tutti trasformati, schizzati di sangue e fango, con gli occhi sbarati e dal dolore e più ancora certamente dal terrore resi in uno stato tale che mettevano paura al solo guardarli, si vedevano ancora delle croci confinate nel terreno che certamente indicavano essere colà sepolto qualcuno forse qualche ufficiale, molte armi ed altri arnesi di guerra si vedevano lungo la via il chè tutto compreso presentava un aspetto molto raccapricciante.

pagg. 55-56
Soldato austroungarico morto in Galizia. La fotografia è tratta da Mondo Ladino 39, 2015.

La sua piccola storia si inserisce nella grande storia del XIV Korps Edelweiss. Combatte a Leopoli, dove gli austrauci vengono sconfittie e partecipa al ripiegamento verso la fortezza di Przemysl: qui ancora si scontra con il nemico russo in un’aspra battaglia.

Il 21 ottobre 1914 viene ferito ad una spalla. Da questo momento in poi inizia un altro viaggio, verso gli ospedali militari della Boemia, Reichenberg e Haindorf.

Le caserme di Reichenberg in una fotografia del 1904

Qui Giacomo si riprende dalla ferita, anche grazie all’amorevole accoglienza delle popolazioni locali

onorati di poter albergare coloro che ormai avevano versato del loro sangue a prò della patria

p.102

Durante la convalescenza, Giacomo ripensa alla sua vicenda e decide di metterla per iscritto in un quaderno, appunto il Libro di Guerra che noi ancora oggi possiamo leggere integralmente.

La copertina del Libro di Guerra . La fotografia è tratta da Mondo Ladino 39, 2015.

La memoria del soldato moenese finisce con un’immagine di pace: il dottor Julius Kaufner si prende cura di Giacomo, chiamandolo scherzosamente l’Hofer il Tiroler.

Scritture di guerra: Simone Chiocchetti, Vigilio Iellico, Giacomo Sommavilla, Albino Soratroi

Scritture di guerra 6, Simone Chiocchetti, Vigilio Iellico, Giacomo Sommavilla, Albino Soratroi, a cura di Luciana Palla, Museo Storico di Trento, Museo storco italiano della guerra, Rovereto, 1997

Luciana Palla raccoglie le memorie dei soldati delle valli ladine: c’è un epistolario (quello di Simone Chiocchetti Moro) e due memorie autobiografiche, (di Vigilio Jellico e di Giacomo Sommavilla) e un diario di Albino Soratroi (ladino di Livinallogno).

Per no desmentier

Maria Piccolin, Per no desmentiér… Fies de Fascia morc da la Gran Vera, Regione autonoma Trentino-Alto Adige, 2007

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Un libro necessario: l’elenco di tutti i morti fassani della Grande Guerra.

Se questo è il cuore del libro, molto interessanti gli altri capitoli (in lingua LADINA):

  • Fassa ai primi del 1900: tra tradizione e mutamento
  • Tiroler Landesveteidigung: una lunga tradizione di difesa militare
  • La Grande Guerra sul fronte orientale: la guerra dimenticata
  • Onoranze ai soldati morti in guerra

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Battista Chiocchetti, Memorie della guerra Austro-Russa 1914

Memorie della guerra Austro-Russa 1914, Battista Chiocchetti di Moena, Val di Fiemme, Sud Tirolo, Istitut Cultural Ladin, 1995-2002

Il libro contiene le pagine del diario scritte da Battista Chiocchetti fra il 1914 e il 1918 in tre momenti diversi: durante la prigionia a Jar, durante il lungo viaggio di ritorno a casa e dopo il rientro a Moena. L’autore, con la sua lingua semplice racconta la guerra, combattuta in Galizia,  la prigionia e il lungo viaggio di ritorno nella sua terra diventata italiana.

Così scrive di questo diario Gennaro Barbarisi:

La prosa fresca e colorita che risulta da tutto il diario è lo specchio di un’affascinante personalità ma anche di una intera civilità, nella quale gli individui sono stati educati a misurarsi con la più dura realtà, tenendo fede ai più elevati valori morali, senza mai venir meno alla propria umanità.

Ma facciamo un passo indietro: Battista Chiocchetti nasce a Moena il 23 febbraio 1886, figlio di Vigilio Chiocchetti del Moro e di Elisabetta Sommariva Tamburon. Ha una sorella, Margherita.

Uomo gioviale, con una gran passione per la musica, apre una bottega di falegnameria e si fidanza con Corona Sommariva del Crestan.

Allo scoppio della guerra, parte da Moena proprio il primo giorno (il 1 agosto 1914, quando l’Italia non era ancora entrata in guerra); combatte sul fronte austro-russo le due battaglie di Leopoli e viene preso prigioniero.

Così Battista racconta la sua ultima notte di libertà nei boschi di Przemyśl (nell’attuale Polonia, ed allora Galizia)

“Finalmente venne il giorno 20 ottobre (1914): questo giorno lo passammo in quel boscho e senza nissun comandante, andavamo or quà, or là senza nissuna direzione, dovemmo respingere a colpi di fucile 2 volte il nemico che ci assaliva, avemmo ancora dei morti e dei feriti, ricevere da mangiare o da berre nessuna idea, per fortuna avevamo delle conserve che mangiammo. In quel giorno parlai diverse volte on mio cugino Carletto e parecchi altri miei paesani, e venuta la notte dormimmo uno presso l’altro io el Giovanni Buro e el Bortol dalle fede di Tesero. La notte dovemmo tutti a turno fare un ora di guardia, venne anche la pioggia, però avevamo addosso le coperte e non ci bagnammo tanto”.

Da quel momento quattro lunghi anni di prigionia per Battista e per Jan Buro; durante la prigionia Battista manda a casa questa bella fotografia.

Il cugino Carletto (Zanoner Carlo Menegon), invece, morirà di tifo a Wadowice il 21 febbraio 1915.

Rientra avventurosamente a casa dopo il giro di tre continenti.
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Sposa la sua amata Corona appena tornato dalla guerra.
Muore solo sei anni dopo il suo matrimonio, nel 1926: insieme a Corona, ha avuto ben cinque figli.
I cinque figli di Battista Chiocchetti (Viglio, Giovanna, Cristiano, Margherita, Elisabetta)

Mi piace confrontare fra loro queste due fotografie:

nella prima un giovanissimo Battista è primo clarino della banda di Moena, chiamata ad inaugurare il Grand Hotel Carezza nel 1911.

1911: all’inaugurazione del Grand Hotel Carezza, in posa la banda di Moena: il quinto in piedi da destra è Battista Chiocchetti.

nella seconda Battista, quasi alla fine della sua lunga prigionia, è ancora in una banda, quella dei prigionieri austroungarici a Pechino: tiene in mano ancora il suo clarino.

MUSICA, MAESTRO!

La banda dei prigionieri austroungarici a Pechino. Battista Chiocchetti è il primo da destra.

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Bepi Zompin

Bepi Zompin, giovane diciottenne inquadrato nella compagnia Standschützen Moena, nel fotogramma di un video della Mostra Gran Vera. Potrai ascoltare anche le sue parole intervistato da Michele Simonetti Federspiel dal vivo a Moena e sul web 

Ne ho parlato anche io nel mio romanzo “NO VE DESMENTION- Richard Löwy e i giusti della Val di Fassa”.

“-– Sei interessata alla storia della Grande Guerra in Val di Fassa? Allora guarda. Ti faccio vedere la foto del mio bisnonno Bepi Zompin.
Prende l’ultima fotografia rimasta sul tavolo: un giovane soldato con la pipa in bocca è sdraiato in una trincea.
– Nonno Bepi ha combattuto per due anni a Cima Bocche. Mi ha raccontato la sua guerra tante volte.
– Davvero?
– Sì. Mi ha parlato di come la guerra da scontro armato con il nemico si sia trasformata in pochi giorni nella lotta titanica fra uomini intrappolati nelle trincee e la montagna: il freddo intenso delle alte quote, la neve abbondante che cade sulle cime, le valanghe pronte a sommergerti quando i primi raggi primaverili sembrano offrirti un attimo di tregua. Poi la stagione estiva, con il sole sempre a picco, col pericolo continuo delle frane, con la noia di stare sempre nello stesso fosso, senza potersi lavare, tormentati dalla scabbia e dai pidocchi. Poi l’autunno con le piogge continue, il pericolo degli smottamenti. E in ogni stagione dell’anno, per due lunghi anni, la fame: una fame continua, che ti prende al fondo della stomaco e non ti lascia più.
Ma dai paesi della valle non salivano rifornimenti?
– All’inizio sì, certo. Ma poi la situazione è davvero peggiorata: le poche persone anziane rimaste in valle cercavano di lavorare i campi, ma i cereali venivano requisiti. A Moena vivevano migliaia di soldati e anche prigionieri di guerra.
– Tuo nonno era un Kaiserjäger?
– No, lui era inquadrato nella compagnia Standschützen Moena.
Mio nonno non era un soldato di professione, a dire la verità era un ragazzo. Aveva solo diciotto anni, quando l’Italia ha dichiarato la guerra all’Austria. Gli uomini di leva erano già stati inviati in Galizia e così in valle restavano solo ragazzi o vecchi. Lui è stato arruolato subito, anche se con compiti di supporto alla truppa in prima linea.
Era una compagnia improvvisata: pensa che è stato arruolato sotto la supervisione di un tenente che era Comandante del Genio, un ingegnere, arrivato in valle per costruire le trincee e non certo per arruolare gli uomini. Per giunta era anche ebreo.
– Ebreo?
– Sì. Era ebreo. Si chiamava Richard Löwy.”


#Novedesmention pagg. 60-61