Memorie tiepolesche per il patrono di Moena

Valentino Rovisi, San Vigilio, santa Massenza, san Giovanni Nepomuceno, pala dell’altare maggiore nella chiesa di San Vigilio a Moena 1779

San Vigilio è rappresentato fra la madre santa Massenza e il santo protettore dalle alluvioni, san Giovanni Nepomuceno.

Nonostante sia stato affrescato nel 1779, quando ormai Valentino Rovisi aveva lasciato da venticinque anni Venezia, le memorie di Tiepolo sono evidenti, come ci racconta Chiara Felicetti nel suo bel libro su Valentino Rovisi. Dal Martirio di san Giovanni vescovo di Bergamo, il Rovisi ha citato l’angelo in volo; dal Miracolo di San Patrizio d’Irlanda ha tratto il gesto di San Vigilio.

Valentino Rovisi, San Vigilio, santa Massenza, san Giovanni Nepomuceno, pala dell’altare maggiore nella chiesa di San Vigilio a Moena 1779 (fotografia tratta dal volume a cura di Chiara Felicetti)
TIEPOLO Martirio di san Giovanni vescovo di Bergamo (fotografia tratta da https://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/BG150-00010/)
TIEPOLO Miracolo di san Patrizio d’Irlanda (fotografia tratta da http://arte.cini.it/Opere/395518)

Ho ricavato queste informazioni dal volume a cura di Chiara Felicetti, Valentino Rovisi nella bottega del grande Tiepolo. Il metodo di una vera e lodevole imitazione, edito dalla comunità di Fiemme e dal Circolo culturale ‘Valentino Rovisi’ nel 2002.

Valentino Rovisi nella chiesa di San Vigilio a Moena

Molti sono i lavori di Valentino Rovisi nella chiesa di San Vigilio a Moena:

  • nella Cappella di Santa Maria del Carmine, Istituzione dello scapolare (1753-1760)
  • nella Cappella di Santa Maria del Carmine, Decorazione con angeli reggidrappo e baldacchino (1753-1760)
  • Pala per l’altare: Consacrazione della chiesa e glorificazione del beato Adalpreto (1761)
  • Pala per l’altare: San Vigilio, santa Massenza, san Giovanni Nepomuceno (1779)

Valentino Rovisi: rococò veneziano a Moena

Come arriva il rococò veneziano in quel di Moena? Grazie al grande pittore Valentino Rovisi che è stato per almeno un decennio  collaboratore di Giambattista Tiepolo.

Ma cominciamo dal principio:

23 dicembre 1715: Pietro Rovisi, commerciante di legname (soprattutto con Venezia), tiene fra le sue braccia il suo sestogenito Valentino, nato da Maria Felicetti.

1728: Valentino ha del talento: su consiglio dello zio Martino, il padre Pietro lo manda come garzone in bottega presso un Capo Maestro Depentor a Venezia.  È già nella bottega di Tiepolo? Non c’è certezza.

1733: Valentino rientra a Moena: lavora per un decennio come pittore devozionale.

Valentino Rovisi, Sant’Antonio da Padova, Moena , 1736-1743 (fotografia tratta da Valentino Rovisi nella bottega del grande Tiepolo. Il metodo di una vera e lodevole imitazione, a cura di Chiara Felicetti, Comunità di Fiemme e dal Circolo culturale ‘Valentino Rovisi’, 2002)

Ma non è così contento: vuole imparare un nuovo stile. Ecco la decisione di tornare a Venezia.

1743: è ancora a Venezia il nostro, ma questa volta è lavorante e poi collaboratore di Tiepolo.  Lavora alle imprese del maestro e mantiene i rapporti con la patria, lavorando ad alcune tele. Nel frattempo si sposa con Lucia Ghisler e forma una bella famiglia.

1753: con il rientro a Moena, arrivano gli anni d’oro di Valentino. Lavora moltissimo a Moena, portando un nuovo stile. Lavora al capitello dei Ciarnadoi, affresca le facciate di alcune case. Il successo è consacrato dai lavori presso il capitello di Santa Giuliana, la patrona della Val di Fassa, e nella chiesa di San Vigilio a Moena.

Valentino Rovisi, Istituzione dello Scapolare, Moena, San Vigilio, 1753-1760

Ormai il suo pennello diventa famoso e richiesto ovunque: lavora anche a Pietralba, a Nova Levante, a Cembra, a Trento e dintorni. Molte le opere del Rovisi anche nella valle del Biois e nell’Agordino. La sua ultima avventura è la decorazione dell’intera chiesa di Cavedine, lavoro condotto in mezzo a difficoltà per l’età avanzata e concluso solo grazie alla collaborazione con la figlia Vincenza.

21 marzo 1783: Valentino muore a Moena.

Ho ricavato queste informazioni dal volume a cura di Chiara Felicetti, Valentino Rovisi nella bottega del grande Tiepolo. Il metodo di una vera e lodevole imitazione, edito dalla comunità di Fiemme e dal Circolo culturale ‘Valentino Rovisi’ nel 2002.

Canederli allo speck o gnocchi di lardo?

1931: nella Guida gastronomica d’Italia l’autore usa il nome gnocchi con il lardo per evitare la dicitura canederli allo speck. Risaputamente i canederli non sono gnocchi (che nella gastronomia italiana sono di patate)  e lo speck non è lardo. Ma le parole canederli e speck facevano paura, troppo simili al tedesco, quella lingua che il fascismo voleva uccidere (e seppellire) per sempre nelle terre trentine e sudtirolesi.

Ah, etimologicamente:   i termini canederlo e canederli sono germanismi, ovvero un adattamento dialettale del termine tedesco knödel; il termine Speck  dal ted. Speck ‹špèk›, propr. «lardo».

Il canederlo è un’opera d’arte? Si, alla Stalla del Nonno a Campitello! (foto Tripadvisor)

Noti L Mil, albergatore ed erborista

Morì a Campestrin nel 1939 Giovanni Pattis, detto Noti L Mil, ortopedico e grande esperto di unguenti.

Giovanni Pattis (1882-1939)

Era nato a Nova Levante nel 1882 e arrivò in Fassa agli inizi del ‘900 con i fratelli per gestire l’albergo Fassa di Campestrin.

L’albergo era davvero assai rinomato ed ospitò più volte addirittura i reali del Belgio, venuti in valle per compiere escursioni sulle cime.

Hotel Fassa di Campestrin, 1957 (oggi Casa delle Vacanze del Collegio Rotondi)

Si dilettava di botanica ed aveva inventato la Pattis Salbe, l’ont da Mil, un unguento indicato per le infezioni e le ferite purulente (in vendita anche nelle farmacie di Bolzano); più volte finì sotto processo per esercizio abusivo della professione medica. Venne sempre assolto: non chiedeva alcun compenso per le sue prestazioni.

Virgilio Soraperra lo ha inserito tra i personaggi famosi della valle dipinti su Cèsa Bernard a Canazei.

Le fotografie e le informazioni sono tratte da Mazzin, Il comune e la sua storia, 2015

I luoghi di NO VE DESMENTION: Soraga

1941. Mentre Richard Löwy è a domicilio coatto a Petrella Tifernina con la moglie Johanna (mentre il cognato Hermann è a Casacalenda), Martha (la sorella di Richard) è rimasta con la madre Hedwig a Soraga. Il Micelin de Fronz e la moglie Luigia Zulian ospita le due donne a casa sua. Richard è lontano dalla valle da giugno e Hedwig è molto malata.

Ogni giorno la maestra Valeria Jellici del Garber, cara amica di Richard Löwy, percorre la strada da Moena a Soraga per portare il suo conforto alle donne. Oggi questa strada è stata proprio intitolata alla maestra Valeria.

Martha ed Hedwig scrivono ogni giorno a Richard: ma non conoscono bene l’italiano. Allora due donne di Soraga, Raimonda e Chiara, aiutano le straniere a scrivere: la censura fascista impone che non si usi altra lingua che l’italiano.

La salute di Hedwig si aggrava. Richard e Johanna chiedono più volte di tornare. Alla fine lo ottengono. Purtroppo. Arrivano a Moena in un freddo giorno di febbraio: ma ormai Hedwig è morta. Il giorno prima di morire, si fa battezzare e ancora oggi riposa nel cimitero di Soraga.

Che cosa sarebbe successo se Richard, Martha e Hermann fossero rimasti nei campi di internamento nel Sud Italia? Forse si sarebbero salvati?

Fino a qui, la storia.

Nel mio romanzo, immagino la serata del 5 gennaio del 1941. è Pesca Tofegna, l’Epifania ladina. Martha ed Hedwig prendono parte ai riti del Sciumenter e del Canto della stella. Ecco qui il capitolo del mio libro.

E sì sì. lo so… anche la bellissima conca del Fuciade è di Soraga.

Anche a Fuciade ambiento una pagina del mio romanzo. La giovane Lucia in una passeggiata scopre che la valle è stata un luogo importante della Grande Guerra. E da un giovane appassionato di storia e da una mazzetto di cartoline sul tavolo del rifugio scopre le vicende del tenente degli alpini Francesco Barbieri e di Martin Hilbe e Anton Hagen, giovani Kaiserjaeger austriaci di Dornbirm, morti sulla Costabella che domina il passo di San Pellegrino.

Le Dolomiti, nostro paradiso

Martha Nasibù con la
madre Woizero Atzede Babitcheff
e la sorella Amaretch (fotografia tratta dal blog si Martha Nasibù)

L’arrivo nelle Dolomiti di Martha Nesibù, principessina etiope, è descritto quasi come in una fiaba. Martha ha appena raccontato il terribile soggiorno libico a Tripoli, poi all’oasi di Zliten (dove la famiglia scampa ad un attentato mortale), infine di nuovo a Tripoli

il caldo soffocante del deserto e le tempeste di ghibli, quando la sabbia rossastra oscurava la luce accecante del sole e avvolgeva in una fitta nebbia tutta la casa, come se volesse soffocarla, e noi con essa.

La bambina incomincia a fare fantasie di morte: le sue notti sono piene di incubi. La madre resiste, dura come una quercia , ma assai provata dai continui spostamenti (eravamo come merce ingombrante… era impossibile dare una spiegazione coerente a tanto paranoico accanimento) e preoccupata per lo stato di salute dei figli, chiede al Duce di poter tornare nella penisola.

Quando finalmente arriva la lettera dal Ministero che autorizza il rientro, in preda a sentimenti di gioia e di entusiasmo, Martha con i fratelli sale da Trento con la corriera.

Tutti quelli che, come me, tornano in Val di Fassa capiscono bene la sensazione di leggerezza che si prova quando si aprono le prime vedute meravigliose. Così scrive Martha:

noi, incollati al finestrino, ammiravamo incantati la maestosa bellezza del paesaggio. Eravamo finalmente al sicuro, il più lontano possibile dall’inferno del deserto.

Vigo di Fassa viene descritto come un villaggio con una chiesetta e il suo bel campanile, sovrastata dai grandiosi gruppi rocciosi delle Dolomiti. Descrive poi il grazioso sentiero che scendeva verso gli incantevoli paesini di Pozza, Pera e Meida e le distese di prati fioriti.

Racconta poi di un certo Romolo, un ragazzo del posto di cui si invaghisce. Le sembra meraviglioso fino al momento in cui il ragazzo la porta ad assistere alla macellazione di un vitello. Di fronte al rivolo di sangue che cola dal foro sulla fronte del povero vitellino, finisce l’infatuazione per Romolo; e la piccola Martha, una volta diventata adulta, decide di diventare vegetariana.

Ricorda con affetto Giuseppe e Rosa, i contadini che l’hanno ospitata in una casa linda e ordinata, con le pareti e i pavimenti di legno che profumava di abete.

Stua ladina al Museo Ladin de Fascia (fotografia di https://www.canazei.com/it/architettura-in-val-di-fassa)

Così conclude il capitolo:

Il conforto della casa, il calore della cucina con la grande stufa di maiolica decorata, l’abbondanza di cibo e di latte appena munto dal sapore di vaniglia, il buon pane di segale e il formaggio di montagna erano un dono della Provvidenza. Dopo gli stenti e il caldo infernale di Tripoli ci sembrava davvero di aver trovato il paradiso.

Ma i bambini devono proseguire gli studi e, con rimpianto, alla fine dell’estate del 1940, lasciano le Dolomiti per Firenze.

Torneranno ancora a Pozza di Fassa, dove risiederanno per un anno intero, dai primi mesi del 1943 al 4 giugno 1944. Martha ne parla nel capitolo delle sue memorie: L’epilogo delle nostre peripezie.

(tutte le notizie provengono dall’autobiografia di Martha Nasibù, Memorie di una principessa etiope, pubblicato da Neri Pozza nel 2005)

Una principessina etiope in Val di Fassa

una principessina etiope

Martha Nassibù è nata nel 1931 ad Addis Abeba, figlia del degiac Zamanuel Nasibù, aristocratico etiopico, comandante in capo delle armate del fronte sud che lottò (vanamente) nella guerra italo-etiopica del 1935-1936. Per sette mesi lottò contro l’armata italiana guidata dal generale Graziani.

Il 3 maggio, persa ormai la guerra, il comandante Zamanuel si imbarcò con l’imperatore Hailè Selassié diretto in Svizzera, dove trovò la morte per gli effetti dell’iprite, usata da Graziani per vincere la guerra, in spregio al trattato internazionale di Ginevra (che vietava l’utilizzo delle armi non convenzionali come l’iprite ed altri gas letali).

Atzede Mariam Babitcheff e Nasibù Zamanuel pochi mesi dopo il loro matrimonio (fotografia tratta da Martha Nasibù, Memorie di una principessa etiope, Neri POzza, 2005)

La notizia della morte raggiunse la sua famiglia che si trovava ancora in Etiopia. Fu allora Atzede Mariam Babitcheff, la vedova del degiac Nasibù, a prendere l’iniziativa per salvare i suoi figli dai Lager somali o eritrei. Chiese a Graziani di potersi trasferire in Europa per badare all’educazione dei suoi figli: il generale, felice di liberarsi di possibili eredi, lo concesse. Così il 5 dicembre 1936 arrivarono a Napoli Atzede con i figli Fassil, Amaretch, Brahanou, Martha).

i quattro fratelli Nasibù con un’amico napoletano (fotografia tratta da Martha Nasibù, Memorie di una principessa etiope, Neri POzza, 2005)

Fra il 1936 e il 1944 fu un carosello di spostamenti nella penisola e nelle colonie, richiesti dal Ministero dell’Africa italiana: Napoli, Tripoli, oasi di Zliten (Libia), Napoli ancora, Rodi, Tripoli, Vigo di Fassa, Firenze, San Giustino presso Arezzo, Firenze, Pozza di Fassa, Firenze per la terza volta. A Firenze nell’agosto 1944 entravano gli Alleati.

La giovane Martha, diventata un’artista e marchesa (dopo il matrimonio nel 1966 con il marchese Francesco Tortora Brayda di Belvedere), nel 2005 ha deciso di raccontare la sue memorie nel volume Memorie di una principessa

è morta il 29 marzo 2019.

Adey Abeba 1994, di Martha Nassibou (fotografia tratta da http://marthanassibou.blogspot.com/)

in Val di Fassa

Basta leggere il titolo del capitolo dedicato al primo soggiorno fassano di Martha, allora principessina di nove anni, per capire il tono del diario fassano: Le Dolomiti, nostro paradiso.

Nei tre mesi trascorsi in quel paese di sogno ritrovammo la salute. Finalmente avevamo a disposizione uno spazio senza limiti in cui fare escursioni alla scoperta di luoghi nascosti di incantevole bellezza, immersi nella natura. Le Dolomiti restano incise nella mia memoria, e ogni volta che vengono evocate suscitano in me sensazioni di pace e di buon vivere.

Nel secondo soggiorno, questa volta a Pozza di Fassa (L’epilogo delle nostre peripezie), Martha, dodicenne, vive in modo ancora più intenso il rapporto con la montagna, arrampicandosi con le guide forestali fino a raggiungere il ghiacciaio della Marmolada, il lago di Carezza, la forcella del Sassolungo. Una sera prova anche l’emozione di vedere per la prima volta la neve. La famiglia lascia la Val di Fassa solo alla notizia che Roma è stata liberata, il 4 giugno del 1944.

(tutte le notizie provengono dall’autobiografia di Martha Nasibù, Memorie di una principessa etiope, pubblicato da Neri Pozza nel 2005)

Dò la pedies de Sen Nicolò

SORAPERRA KLAUS, RIZ MANUEL, PLANCHENSTEINER DANILO, Dò la pedies de Sen Nicolò. La tradizion a Cianacei. (Sulle tracce di San Nicolò. La tradizione a Canazei), 2013

Il libro si occupa di raccontare (in ladino e in italiano) la tradizione ladina di San Nicolò ancora diffusa a Canazei.

Guardane qui un’anticipazione.

piccola biblioteca fassana

San Nicolò e i Krampus al tempo del Covid: il Bene vince sul Male (sempre)

L'immagine può contenere: spazio all'aperto
Nonostante la pioggia e il COVID, San Nicolò ha visitato i bambini di Pozza. Lo hanno accompagnato un angelo e due Krampus. (grazie a Luca de Sass Zacchia per la fotografia)

Perché continuare a fare entrare i krampus nelle nostre case, quando ci accorgiamo che fanno davvero paura ai bambini? Perché spaventarli ancora: non bastano il Covid e le sue restrizioni che ci rendono tutti tristi? Non bastano, perchè a vincere è San Nicola, il santo capace di tenere a bada i krampus, il Male che è sempre presente nella storia dell’uomo anche se sotto diverse forme. Nel 2020 ne abbiamo scoperto una imprevedibile. Eppure San Nicola lo caccia dalle nostre case, lasciandoci speranzosi per un nuovo anno più sereno! Tra il Bene e il Male vince sempre il Bene: non scordiamocelo mai!

La tradizione della visita di San Nicolò in Val di Fassa

L’Istituto Ladino ha curato un bellissimo documentario (in ladino e in italiano), con filmati degli anni Settanta-Ottanta accostati ad altri molto più recenti: racconta la tradizione della visita di San Nicolò in Val di Fassa.

Abbiamo incominciato con una fotografia di oggi ed andiamo indietro nel tempo. A Pozza nel 2010 (con anche la messa del patrono, in cui grande spazio hanno i coscritti) , nel 2012 e l’anno scorso ; qualche anno fa a Canazei e a Campitello.

Un libro ci racconta la tradizione ancora viva oggi a Canazei: Dò la pedies de Sen Nicolò di Klaus Soraperra, Manuel Riz e Danilo Planchesteiner. Ecco la sua presentazione, con interessanti interviste ai bambini di ieri. Anche Genia Pegoretti ci narra una contia sulla visita di San Nicola.

In questo ricco e documentato post di AXIS Mundi, Matteo Maculotti ci parla della figura del Krampus nella tradizione alpina.

Chiudo con quanto succede il 4 dicembre a Vittorio Veneto (sì, lo so, sono fuori regione), tirar Bandòt par ciamar San Nicolò.