Il buco nella Roda di Vael e il diavolo

Se guardi verso la Roda di Vael da Sèn Jan, è visibile un finestra nella parete appena sotto la cima Vael. Opera del diavolo messo in fuga da Santa Giuliana!

Crep de Sant’Uliana fotografata da Mandra de Vael (sulla sentiero che porta dal Ciampedie al rifugio Roda de Vael)

La santa non voleva che il diavolo restasse a vivere in val di Fassa e lo mise in fuga. Il diavolo, dalla fretta, passò dall’altra parte attraverso la parete! E così quella finestra porta il nome di Bus de Sent’Uljana o Crep de Sant’Uliana.

Qui sotto trovi un video dell’Istituto Ladino in cui viene presentata la bellissima Chiesa di Santa Giuliana. Nella chiesa è possibile trovare questo affresco che rappresenta il momento in cui Santa Giuliana prende alla catena il Diavolo.

Santa Giuliana tiene il diavolo per le corna

Un’Ultima cena davvero originale

Nella sacrestia di Pietralba-Weissestein, Valentino Rovisi ha dipinto un’Ultima cena davvero originale. Gli apostoli sono disposti sulla scalinata di un edificio. Al piano più basso al centro c’è Giuda che stringe il suo sacchetto di monete, i quaranta denari con cui ha tradito Gesù. Al piano superiore, al centro della scena, spicca la figura di Gesù, un giovane aureolato che lava i piedi a Pietro, il più anziano. Alla sinistra, con tratti femminei, Giovanni, il discepolo più amato. Nella parte più alta dell’edificio, una tavola imbandita e il gesto disperato di un apostolo simboleggiano la passione e la morte di Cristo. La posizione a spirale dei personaggi innesta un dinamismo che parte dalla parte più bassa (una caverna buia) alla parte più alta (un cielo aperto): dalla morte alla vita.

Valentino Rovisi, La lavanda dei piedi, affresco della sacrestia di Pietralba, 1754

Che cosa ci fa un affresco di Valentino Rovisi nella chiesa di Pietralba?

Valentino Rovisi, nel 1754, è già un pittore noto e affermato. Probabilmente è stato Josef Adam Mölk a volere Valentino a Pietralba.

Ma c’è una motivazione ancora più importante: i Fassani, almeno dal 1690, ma probabilmente anche prima, vanno in pellegrinaggio a Pietralba-Weissestein. Valentino lascia la sua firma nella sacrestia: un moenese a Baissiston.

Ho ricavato immagine e informazioni dal volume a cura di Chiara Felicetti, Valentino Rovisi nella bottega del grande Tiepolo. Il metodo di una vera e lodevole imitazione, edito dalla comunità di Fiemme e dal Circolo culturale ‘Valentino Rovisi’ nel 2002.

L’arma migliore per vincere una disputa? Una pala d’altare

L’abate di Rovereto Gerolamo Tartarotti mette in dubbio la santità del Beato Adalpreto, vescovo di Trento. Ma Adalpreto ha consacrato la chiesa di san Vigilio: come rispondere a questa calunnia? Il moenese Valentino Rovisi lo fa con la forza di un’immagine. Dipinge una pala d’altare in cui il beato viene assunto in cielo con ancora la lancia che l’ha ucciso conficcata nel petto.

Nel registro inferiore del quadro, dipinge la processione dei moenesi che, guidati per l’appunto dal vescovo, dall’antica parrocchiale di san Wolfango entrano nella nuova chiesa di san Vigilio. 27 ottobre 1164: è la data che sancisce il passaggio di Moena dalla diocesi di Bressanone a quella di Trento.

Bravo, Valentino Rovisi, che ci guardi dal tuo quadro. Ti sei dipinto nella processione proprio dietro ad Adalpreto!

e a proposito di memorie tiepolesche: guardate il putto là in alto!

Giambattista Tiepolo, Madonna in gloria con santi, Chiesa di tutti di Santi di Rovetto (Bergamo) 1734

506 tocchi di campana

In un luogo molto simbolico della Val di Fassa, fra il Santuario di Santa Giuliana e il Cimitero militare austroungarico è stata posta la campana della pace, dei Ladini e delle minoranze.

Adornata di 506 stelle, come le 506 minoranze linguistiche e culturali, suonerà 506 tocchi per ricordare a tutti che l’uniformità non è una conquista, ma un pericolo da scongiurare. E che la differenza non è mai tale da separarci dal resto del mondo.

Memorie tiepolesche per il patrono di Moena

Valentino Rovisi, San Vigilio, santa Massenza, san Giovanni Nepomuceno, pala dell’altare maggiore nella chiesa di San Vigilio a Moena 1779

San Vigilio è rappresentato fra la madre santa Massenza e il santo protettore dalle alluvioni, san Giovanni Nepomuceno.

Nonostante sia stato affrescato nel 1779, quando ormai Valentino Rovisi aveva lasciato da venticinque anni Venezia, le memorie di Tiepolo sono evidenti, come ci racconta Chiara Felicetti nel suo bel libro su Valentino Rovisi. Dal Martirio di san Giovanni vescovo di Bergamo, il Rovisi ha citato l’angelo in volo; dal Miracolo di San Patrizio d’Irlanda ha tratto il gesto di San Vigilio.

Valentino Rovisi, San Vigilio, santa Massenza, san Giovanni Nepomuceno, pala dell’altare maggiore nella chiesa di San Vigilio a Moena 1779 (fotografia tratta dal volume a cura di Chiara Felicetti)
TIEPOLO Martirio di san Giovanni vescovo di Bergamo (fotografia tratta da https://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/BG150-00010/)

Giambattista Tiepolo, Miracolo di San Patrizio d’Irlanda (fotografia tratta da http://padovacultura.padovanet.it/homepage-6.0/tiepolo-s.patrizio.jpg 27 agosto 2007)

Ho ricavato queste informazioni dal volume a cura di Chiara Felicetti, Valentino Rovisi nella bottega del grande Tiepolo. Il metodo di una vera e lodevole imitazione, edito dalla comunità di Fiemme e dal Circolo culturale ‘Valentino Rovisi’ nel 2002.

L’amico Mario Colombo mi fa notare anche la somiglianza fra le balconate (presenti nei tre quadri ed anche nella prima Via Crucis di Venezia, nell’oratorio del Crocifisso della chiesa di San Polo, dipinta da Giandomenico Tiepolo, figlio di G. B.). La memoria tiepolesca è così potente da rimanere nelle opere di due allievi, Rovisi e Giandomenico Tiepolo.

Giandomenico Tiepolo, Gesù condannato a morte, prima stazione della Via Crucis, Chiesa di San Polo a Venezia (Di Didier Descouens – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=52574454)

Valentino Rovisi nella chiesa di San Vigilio a Moena

Molti sono i lavori di Valentino Rovisi nella chiesa di San Vigilio a Moena:

Valentino Rovisi: rococò veneziano a Moena

Come arriva il rococò veneziano in quel di Moena? Grazie al grande pittore Valentino Rovisi che è stato per almeno un decennio  collaboratore di Giambattista Tiepolo.

Ma cominciamo dal principio:

23 dicembre 1715: Pietro Rovisi, commerciante di legname (soprattutto con Venezia), tiene fra le sue braccia il suo sestogenito Valentino, nato da Maria Felicetti.

1728: Valentino ha del talento: su consiglio dello zio Martino, il padre Pietro lo manda come garzone in bottega presso un Capo Maestro Depentor a Venezia.  È già nella bottega di Tiepolo? Non c’è certezza.

1733: Valentino rientra a Moena: lavora per un decennio come pittore devozionale.

Valentino Rovisi, Sant’Antonio da Padova, Moena , 1736-1743 (fotografia tratta da Valentino Rovisi nella bottega del grande Tiepolo. Il metodo di una vera e lodevole imitazione, a cura di Chiara Felicetti, Comunità di Fiemme e dal Circolo culturale ‘Valentino Rovisi’, 2002)

Ma non è così contento: vuole imparare un nuovo stile. Ecco la decisione di tornare a Venezia.

1743: è ancora a Venezia il nostro, ma questa volta è lavorante e poi collaboratore di Tiepolo.  Lavora alle imprese del maestro e mantiene i rapporti con la patria, lavorando ad alcune tele. Nel frattempo si sposa con Lucia Ghisler e forma una bella famiglia.

1753: con il rientro a Moena, arrivano gli anni d’oro di Valentino. Lavora moltissimo a Moena, portando un nuovo stile. Lavora al capitello dei Ciarnadoi, affresca le facciate di alcune case. Il successo è consacrato dai lavori presso il capitello di Santa Giuliana, la patrona della Val di Fassa, e nella chiesa di San Vigilio a Moena.

Valentino Rovisi, Istituzione dello Scapolare, Moena, San Vigilio, 1753-1760

Ormai il suo pennello diventa famoso e richiesto ovunque: lavora anche a Pietralba, a Nova Levante, a Cembra, a Trento e dintorni. Molte le opere del Rovisi anche nella valle del Biois e nell’Agordino. La sua ultima avventura è la decorazione dell’intera chiesa di Cavedine, lavoro condotto in mezzo a difficoltà per l’età avanzata e concluso solo grazie alla collaborazione con la figlia Vincenza.

21 marzo 1783: Valentino muore a Moena.

Ho ricavato queste informazioni dal volume a cura di Chiara Felicetti, Valentino Rovisi nella bottega del grande Tiepolo. Il metodo di una vera e lodevole imitazione, edito dalla comunità di Fiemme e dal Circolo culturale ‘Valentino Rovisi’ nel 2002.

Il più antico canederlo per la puerpera più speciale

La prima raffigurazione di un canederlo risale al 1180. Una donna cuoce in un tegame dei canederli, probabilmente in brodo e ne assaggia uno, utilizzando un mestolo. E già di per sé sarebbe bellissimo (un cibo così semplice con una storia così antica!).

File:Knödelesserin.jpg - Wikimedia Commons
La Knödelesserin a Castel Appiano (Foto Wikimedia Commons)

Ma se guardiamo la parete affrescata intera scopriamo che la donna sta assaggiando il canederlo per un’altra persona: sapete chi è? La Madonna, giovanissima puerpera che riposa su un giaciglio, accanto al Bambino (vegliato da asino e bue) e a san Giuseppe, che riposa affaticato.

La nascita di Cristo a Castel Appiano (fotografia tratta da http://guidaaltoadige.blogspot.com/2010/09/castel-appiano-burg-eppan.html)

Comunque, Burg Hocheppan – Castel Appiano merita una visita. Messo in lista!

Canederli allo speck o gnocchi di lardo?

1931: nella Guida gastronomica d’Italia l’autore usa il nome gnocchi con il lardo per evitare la dicitura canederli allo speck. Risaputamente i canederli non sono gnocchi (che nella gastronomia italiana sono di patate)  e lo speck non è lardo. Ma le parole canederli e speck facevano paura, troppo simili al tedesco, quella lingua che il fascismo voleva uccidere (e seppellire) per sempre nelle terre trentine e sudtirolesi.

Ah, etimologicamente:   i termini canederlo e canederli sono germanismi, ovvero un adattamento dialettale del termine tedesco knödel; il termine Speck  dal ted. Speck ‹špèk›, propr. «lardo».

Il canederlo è un’opera d’arte? Si, alla Stalla del Nonno a Campitello! (foto Tripadvisor)

Noti L Mil, albergatore ed erborista

Morì a Campestrin nel 1939 Giovanni Pattis, detto Noti L Mil, ortopedico e grande esperto di unguenti.

Giovanni Pattis (1882-1939)

Era nato a Nova Levante nel 1882 e arrivò in Fassa agli inizi del ‘900 con i fratelli per gestire l’albergo Fassa di Campestrin.

L’albergo era davvero assai rinomato ed ospitò più volte addirittura i reali del Belgio, venuti in valle per compiere escursioni sulle cime.

Hotel Fassa di Campestrin, 1957 (oggi Casa delle Vacanze del Collegio Rotondi)

Si dilettava di botanica ed aveva inventato la Pattis Salbe, l’ont da Mil, un unguento indicato per le infezioni e le ferite purulente (in vendita anche nelle farmacie di Bolzano); più volte finì sotto processo per esercizio abusivo della professione medica. Venne sempre assolto: non chiedeva alcun compenso per le sue prestazioni.

Virgilio Soraperra lo ha inserito tra i personaggi famosi della valle dipinti su Cèsa Bernard a Canazei.

Le fotografie e le informazioni sono tratte da Mazzin, Il comune e la sua storia, 2015