Anche questa è Val di Fassa

Quante Val di Fassa ci sono? Tante!

C’è la Val di Fassa, prima di tutte, di chi ci abita: persone nate in valle che scelgono di vivere qui, si sentono ladine e parlano ladino, sanno che cosa sono i paesi della valle anche d’autunno e in primavera, quando i prati non sono né verdi né bianchi.

Poi c’è la Val di Fassa dei turisti: quelli che sciano nei weekend mordi e fuggi, quelli che girano nei boschi con le ciaspole, quelli che trascorrono qui settimane (o mesi) estivi, spargendosi per sentieri, ferrate e cordate.

C’è la Val di Fassa da Ufficio Turistico che mostra il suo volto ospitale (e come ci riesce bene!): la valle degli impianti di risalita, dei panorami mozzafiato, della gastronomia stellata. Questa valle vive anche sul web: foto ricordo di cieli cobalto, di monti pallidi e di prati brillanti, di vacanze in cui famiglie e amici si ritrovano insieme, camminano insieme, contemplano insieme.

Ma c’è anche un’altra Val di Fassa, quella che noi turisti conosciamo di meno: la valle delle trincee della Prima guerra mondiale (un fiore per ogni caduto), delle inondazioni, delle tradizioni, dei pitores, degli emigrati stagionali novecenteschi e dei giovani millennials emigrati, degli artigiani, dei contadini (pochi ormai) che ancora si sporcano le mani con la terra, di chi lotta per preservare le tradizioni locali e la lingua ladina dal turismo di massa. In questa pagina del mio sito, vorrei condividere con voi qualche riflessione su quest’ultima valle, perchè #anchequestaèValdiFassa !